In equilibrio meravigliosamente precario

A un certo punto ho compreso che non vi è nulla di più vano e rischioso del vincolare il proprio equilibrio a una qualche forma di stabilità.

Non è stata una graduale presa di coscienza, badate bene, ma piuttosto una sorta di rivelazione: un giorno qualunque sei lì che osservi distrattamente l’armoniosa pigrizia di un pomeriggio estivo e di colpo realizzi che quel momento è unico e irripetibile. E meravigliosamente, spaventosamente fugace.

Persino nelle situazioni     più consolidate circolano correnti instabili che costringono spesso a rivedere i propri convincimenti, e a deviare aspettative e progetti indirizzandoli verso direzioni talvolta ignote.

Occorre allora imparare a divenire portatori di flessibilità, per piegarsi senza spezzarsi e vestire la precarietà senza lasciarsene sopraffare, tenendo a mente che in natura sopravvivono le specie che, evolvendosi, sanno adeguarsi al mutare delle condizioni di vita.             

Non sono ammesse superficialità né distrazione, poiché essendo tutto così effimero occorre affidare alla memoria il ricordo di taluni istanti: un discorso, un paesaggio, una sensazione, persino un sentimento.

Eppure esistono legami indissolubili, e ciò a prescindere dai vincoli di sangue, che sanno piantare radici talmente profonde da resistere al tempo, alle distanze e a qualsiasi nuova forma di precarietà, inamovibili in qualsiasi tempesta.

E io, avendo da sempre la consapevolezza di avere un cuore d’aquila che vorrebbe volare alto ma è intrappolato in un corpo da pollo, cerco di custodire questi affetti mai sazi di parole con il riguardo che meritano: senza il rifugio in quegli abbracci rischierei di essere travolta dai giorni che passano, troppo veloci.

 

Vacanze

Strana cosa il filo della memoria: si tenderebbe ad immaginare che ripercorrendo la propria storia personale  si rammenteranno con facilità gli episodi più vistosamente importanti, quelli che hanno rappresentato una brusca svolta o almeno un cambiamento, nel bene come nel male.

Una delle tante cose che si imparano invecchiando è che invece la mente spesso ama rovistare nei propri cassetti ripescando ricordi lievi, di per sé ininfluenti nell’andamento del nostro percorso. O forse no.

Per esempio, la partenza per le vacanze: sarà perché siamo in estate, fa caldo, e si è alla costante ricerca di qualcosa di leggero da mettersi indosso e di qualcosa di fresco da bere.

Negli anni 70, anni per la mia famiglia di relativo benessere, potevamo permetterci il lusso di lasciare Milano per recarci in vacanza (oltre al fatto che io trascorrevo  il periodo estivo in campagna dai nonni, quando Pombia, paese del novarese, era ancora in campagna).

Papà era un viaggiatore per lavoro e dunque super organizzato, del tipo che “partiamo all’alba così viaggiamo col fresco, non più di una sosta pipì e a mezzogiorno siamo là”.

Là era la Romagna da Milano, o le Dolomiti sempre da Milano.

Via dagli afrori della periferia milanese, verso profumi estivi e serate fuori e amicizie fraterne con i vicini di ombrellone o con i compagni di salita alla malga. L’amato rito della chiusura dell’appartamento con spunta finale sul pianerottolo (“chiuso tutto? luce? acqua? chiavi ai vicini fidati che non si sa mai?”) e già si pregustava l’euforia del viaggio verso due settimane di libertà e di altrove.

Il viaggio  era per me un fluido susseguirsi di pisolini e di canti di montagna, anche quando andavamo al mare, in duetto con l’eclettico papà il quale dopo aver giocato a pallacanestro (pivot, non è mica tanto alto), aver suonato la chitarra e ballato con i ballerini di una delle prime edizioni di Studio Uno, aveva anche girato l’Italia in tournée con il coro Alpi di Milano  cantando come basso profondo.

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Ancora oggi quando parto per le vacanze estive da un luogo che non è più Milano, dove la mia anima milanese si sente perennemente in vacanza e guarda le colline ogni giorno con rinnovata meraviglia, cerco di riagganciare quella sensazione di proiezione verso un luogo agognato dove ogni giorno sarà una pacifica avventura.

Peccato che mio marito non canti.

A mio padre

 L’uomo è solo con la sua vecchia bicicletta e pedala a testa bassa, con determinata pervicacia.

E’ mattina presto di un giorno d’estate ed il cielo è terso, qualche nuvola di candida bambagia è rimasta impigliata alle cime dei monti che si stagliano all’orizzonte, dominando il paesaggio con la loro austera ed imponente bellezza.

Sono poche le vetture che salgono al passo a quest’ora, ma l’uomo non ci fa caso perché è solo con la sua fatica e con la sua serena cocciutaggine, un uomo solo al comando, macché comando, è la sorte capricciosa che comanda, ed infine lo ha capito.

Ancora un tornante, e poi avrà finalmente raggiunto la vetta, e allora abbassa ancora di più il capo, si chiude e serra le mascelle, mentre gocce di sudore cadono silenziose sul manubrio della vecchia bicicletta.

 

E invece dopo il tornante la salita prosegue e l’uomo solo con la sua bicicletta ha un attimo di scoramento,  le spalle  si curvano un poco di più schiacciate dal peso di quella lunga fatica. Ma poi si accorge del verde cupo del bosco e scorge le cime rosate dei monti, respira il pungente odore di resina e di terra umida, e riparte sospinto da una potente allegria, lo sguardo rischiarato dal riflesso di tanta primitiva bellezza.

Raggiunge infine la cima e ripensa alla strada che ha percorso, ed è quella la sua vittoria, e allora guarda oltre, e pensa che potrebbe andare avanti ancora, e ancora, fino a quando sarà capace di vedere la bellezza che lo circonda.

E’ un uomo apparentemente solo, con la sua vecchia bicicletta: porta con sé la sua vita, tutto ciò che ha saputo cogliere e comprendere, amare e proteggere, e che ora gli fa compagnia.

Dedicato a mio padre nel giorno del suo novantesimo compleanno, con immenso amore, con immensa gratitudine: per le sue severe critiche, per l’immancabile solidarietà, per le  lucide diatribe su qualsiasi cosa, per l’abitudine a spaccare il capello in quattro e a mettere in discussione qualsiasi cosa nello sforzo di scovare la verità, per lo sguardo sempre rivolto in avanti, senza mai dimenticare da dove si è partiti e cosa si è fatto strada facendo, giorno per giorno. Buon compleanno, papà.

Il mio swing

Tra mio papà che era un ballerino di boogie acrobatico e mia mamma che era inchiodata al pavimento, tra mio papà che nuotava, si tuffava, giocava a basket, a tennis e a ping pong, correva in bicicletta, il tutto con discreti risultati, e si dava al karate diventando con gli anni Maestro con un numero impegnativo di dan, e mia mamma che è sempre stata resistente come un mulo a molte fatiche ma negata per qualsiasi sport,  io ho preso da mia mamma.

Dal papà ho però ereditato la veemenza verbale e un’energia frenetica che ho sempre dovuto scaricare con una qualunque attività purché fisicamente impegnativa, senza alcuna ambizione agonistica né tanto meno di pratica di disciplina di gruppo (anni fa in una palestra mi pregarono di non frequentare più il corso di aerobica coreografata perché confondevo le idee agli altri, e fu per me molto imbarazzante).

Piccolo particolare non irrilevante, sono affetta da una grave forma di miopia: ho incominciato a portare gli occhiali in prima elementare, poi sono passata alle lenti a contatto e la qualità della mia vita è decisamente migliorata, tuttavia nel buio delle discoteche negli anni ’80  mi capitò di prendere delle cantonate memorabili.

Fu nel ’93 che mi avvicinai ai cavalli per una serie di circostanze fortuite, avevo da poco lasciato Milano per la provincia di Novara ed era l’epoca in cui nella zona del Parco del Ticino, tra Piemonte e Lombardia, vi fu un’esplosione di maneggi che utilizzavano animali importati dal Sudamerica per le passeggiate. Cominciai così, senza alcuna nozione tecnica e con molta incoscienza, ma i cavalli erano un sogno che albergava nella mia anima fin dall’infanzia: via da Milano e dal grigiore asfittico di Quarto Oggiaro, le vacanze estive nella campagna novarese scorrevano tra frinir di cicale, amichetti di paese e pomeriggi a cavalcioni della ramificazione di un vecchio albero, immaginando che fosse il mio possente destriero.

Ho sempre raccattato animali abbandonati e malaticci, spinta dalla pietà e dalla responsabilità della quale mi sentivo investita una volta che li avevo incontrati. L’ho fatto molte volte anche con le persone, e ancora non mi spiego del tutto il motivo di questa solidale ed ostinata predilezione per i perdenti. Con gli equini non andò diversamente: il primo cavallo che acquistai era un argentino pezzato bellissimo, con gli occhi azzurri e una lunga criniera nera ondulata, e con un enfisema polmonare ad uno stadio avanzato. Ne ero consapevole, ma immaginando le tribolazioni che doveva aver patito volli regalargli un periodo di cure e di attenzioni amorevoli che naturalmente non poterono modificare la sua sorte, e un paio d’anni dopo dovetti rassegnarmi a farlo abbattere perché aveva crisi respiratorie dolorose e sempre più frequenti.

Ma ormai la passione per i cavalli si era solidamente radicata, e fu allora che Chisco comparve al mio orizzonte. Piccolo e muscoloso come i quarter che si usavano una volta, prima che si decidesse che avevano masse muscolari troppo sviluppate, il mantello color miele, coda e criniera nere e una piccola macchia bianca sulla fronte, focature nere sulle zampe e le balzane candide ai posteriori, e l’aria da cartone animato. Per me fu amore a prima vista, per lui non saprei. Il giorno dopo che ero andata a vederlo lo comprai, e gli promisi che sarebbe stato per sempre.

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Aveva solo tre anni ed era appena domato,  lo portai nel centro di addestramento e scuola  western dove avevo incominciato a prendere lezioni. La passione e la caparbietà si sostituirono alle doti innate che non possedevo,  e riuscii finalmente in una disciplina sportiva, ottenendo persino qualche discreto risultato in gara.

Mio marito, che ha sempre giudicato i cavalli affascinanti ma troppo grossi e potenzialmente pericolosi non ha mai interferito con tutto ciò, comprendendo perfettamente nonostante la sua scarsissima confidenza con gli animali in genere: la sua pazienza e la sua immancabile solidarietà valgono per me più di qualsiasi dichiarazione d’amore.

Ho sempre avuto il passo leggermente titubante dei miopi e talvolta mi muovo in maniera disarticolata, a piccoli scatti bruschi: ma ecco che salendo in sella trovo l’armonia e la fluidità dei gesti, e la fierezza dello sguardo che punta lontano e chi se ne frega se non ci arriva. Seguo la cadenza di un corpo che non è il mio ma ne diventa una sorta di prolungamento, che mi consente di fare cose che mai potrei fare da sola. Ed è musica, è un ritmo dolce e adrenalinico al contempo: in sella ho trovato il mio swing.

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Io  e Chisco siamo cresciuti insieme, l’ho portato con me nel nostro ultimo trasloco, quello definitivo (ammesso che ci possa essere qualcosa di veramente definitivo, a parte la morte), e la prima volta che ha visto questo paesaggio collinare aperto e morbido si è guardato attorno a lungo, con un’espressione assorta nei miti  occhi color nocciola ,  e pareva soddisfatto.

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Negli ultimi anni ho avuto molto tempo da dedicargli e l’ho fatto con avidità, nella consapevolezza che stavamo entrambi invecchiando, lui più velocemente di me. Malgrado ciò, non ero pronta.

A 23 anni (una bella età, d’accordo, ma sano e robusto com’era ci aspettavamo tutti che campasse molto di più, magari un po’ acciaccato) se lo è portato via un’infezione renale, dapprima silente ed infine letale. Sono ancora qui che mi chiedo se avrei potuto salvarlo, se non avessi ascritto la sua stanchezza delle ultime settimane alla vecchiaia, mentre invece era la malattia, ma è un atteggiamento irrazionale ed autolesionista. E inutile.

Il 28 di aprile era una giornata fresca e serena. Chisco da tre giorni non mangiava praticamente nulla e non reagiva alle cure. Non aveva nemmeno più la forza di chiamarmi, come era solito fare quando sentiva arrivare la mia macchina in maneggio (sì, la riconosceva).

Ciononostante, ha voluto uscire dal box. Siamo andati nei prati tra i paddock, si è guardato attorno, ha nitrito più volte guardando gli altri cavalli. Si è grattato la testa contro le mie gambe, come amava fare, mi ha pizzicato dolcemente la mano con le labbra, cercava  il contatto fisico al quale lo avevo abituato.

E’ andato in arresto cardiaco all’ombra del grande ciliegio, e non dimenticherò mai la paura che ho visto nei suoi occhi nel momento in cui è crollato. Dopo qualche secondo era tutto finito.

Ho sempre saputo che senza di lui niente sarebbe mai stato più come prima, ed è così. Ho reagito con apparente compostezza, ma qualcosa nel profondo ha ceduto, so che è terminata una parte spensierata della mia vita, è finita l’illusione infantile di essere al riparo. La sua assenza è irrimediabile, e non voglio un altro cavallo: è stato un amore perfetto durato vent’anni, nessun cavallo potrebbe reggere il confronto.

Tuttavia,  la passione per i cavalli persiste: è come il canto delle sirene di Ulisse, ma non porta perdizione bensì conforto. E allora sono risalita in sella e ho scoperto di saper ascoltare la musica di altri cavalli cogliendone le differenze, e ritrovando ogni volta il mio swing: ed è questo il dono più prezioso di Chisco, che conserverò gelosamente insieme al suo ricordo. Per sempre.

Un giorno ripenserò a tutto questo guardando dalla finestra un mondo che forse sarà divenuto estraneo: chiuderò gli occhi e sarà dolce ritrovare ancora una volta il mio swing.

Fuga all’inglese

La sostanza del viaggio è tutto quel che accade tra il punto di partenza e quello di arrivo: i paesaggi, gli odori e i suoni, i colori, gli incontri. Tutto ciò deve lasciare traccia, e noi dobbiamo raggiungere la destinazione diversi da quando eravamo partiti: o non ci saremo spostati di un millimetro.

Ho viaggiato per curiosità, per diletto, per necessità legate alla professione, per amore. Ho così scoperto di non avere radici, ma piuttosto un animo nomade, disposto a fermarsi, magari anche per un lungo periodo, in qualsiasi posto dove potesse stare bene. L’itinerario più impegnativo che si possa intraprendere è una metafora, che in fondo si lega e interagisce con tutti gli altri spostamenti reali, ed è quello che ci porta alla ricerca della persona che vogliamo essere, e dove è fondamentale la capacità di assorbire criticamente le esperienze. E’ un viaggio dal quale non si torna, e per ritrovarsi è necessario proseguire. Ricordo più o meno esattamente da dove sono partita, non so quando né dove arriverò: ” La fuga nella vita, chi lo sa che non sia proprio lei la quinta essenza- sì, ma di noi si può fare senza” canta Paolo Conte con rauca rassegnazione in “Fuga all’inglese”. Questo metaforico percorso è solo in parte fuga: dal dolore, da ciò che ci vorrebbe recludere in un ruolo che non ci appartiene. Ma è una fuga verso la conoscenza, verso la consapevolezza. Forse occorre attraversare la vita indossando con disinvoltura un perenne senso di precarietà senza lasciarsene sopraffare, con l’animo leggero di chi si aspetta sempre che domani o dopodomani possa succedere qualcosa che cambierà il corso degli eventi, e con l’incrollabile intimo convincimento di avere ancora qualche carta da giocare, fino all’ultimo. E illudersi di essere forti e di poter sopravvivere a qualsiasi perdita aiuta ad esserlo davvero, quando occorre. Bisogna imparare a non essere distratti, a stare sempre sul pezzo, a farsi guidare dalla sotterranea consapevolezza che domani rimpiangeremo quel quotidiano che oggi diamo per scontato e che talvolta persino ci annoia. Occorre guardar fuori dalla finestra e vedere quello che c’è fuori: anche quando una nebbia vischiosa ed insistente pare avere inghiottito luce e colori.

PIAZZA FONTANA

Coltivo il ricordo di diversi eventi nella mia vita dopo i quali e per effetto dei quali niente fu mai più come prima. Quasi tutti personali, ma qualcuno anche pubblico.
Milano, 12 dicembre 1969. Periodo economicamente non facile per la mia famiglia, ci eravamo trasferiti dalla zona di San Siro in un brutto quartiere della periferia nord, dove l’Istituto Autonomo Case Popolari ci aveva assegnato un appartamento.

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L’INCONTRO

Aveva pianto molto. Si era anche arrabbiata molto, poi aveva provato a razionalizzare cercando i perché e i percome più sotterranei, ed infine si era assunta delle responsabilità che probabilmente non aveva.
Non tutte, comunque.

Si era allontanata dalla cerchia di amicizie condivise, aveva cambiato l’arredamento dell’appartamento lasciatole dei genitori, nel quale era tornata a vivere dopo la separazione, aveva cambiato lavoro e taglio di capelli (come qualsiasi femmina in crisi), aveva bruciato foto e lettere  e si era anche comprata una Mini amaranto che le piaceva da tempo.

Aveva molto riflettuto sul principio affermato da Nietzsche (filosofo che peraltro non aveva mai amato) che “tutto ciò che non mi uccide mi rende più forte” ed aveva concluso che era vero, ma per quel che la riguardava la sua solidità era legata ad una sorta di avarizia sentimentale per effetto della quale non si era mai più data totalmente. Non è che se lo fosse imposto, era successo e basta.

Inevitabilmente, e più spesso tra una storia e l’altra, qualche volta si era chiesta che fine avesse fatto Nando, se si fosse fermato accanto alla donna per la quale l’aveva lasciata. Ma non aveva mai fatto nulla per trovare risposta a queste domande, aveva cercato a poco a poco di allontanarsi dall’immagine di lui  e dal pericoloso potere evocativo del crogiolarsi nei ricordi. Pativa spesso la mancanza di quel senso di completezza e di costante calore, irrimediabilmente perduti da quando lui se ne era andato.

Lo rivide un sabato sera d’inverno in Brera, al Bar Jamaica, dove si era recata per chiudere la serata con alcuni amici  con i quali si era incontrata al Rose’s Club, locale prediletto dai trentenni rampanti, che si trovava proprio dietro al Gin Rosa, in piazza San Babila.

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Il Jamaica era pieno di gente e di fumo (non era ancora scattato il divieto di fumare nei luoghi pubblici), i vetri appannati dall’alito di molte conversazioni. Si erano appena seduti, dopo un’attesa di mezz’ora perché si liberasse un tavolo, quando lo scorse al banco del bar.

Come quando lo incontrò la prima volta, primavera di molti anni prima.

Mi starò sbagliando, non ci vedo una mazza, non può essere Nando, pensò. Strizzò gli occhi e lui girò il volto verso di lei, come rispondendo ad un richiamo. Non si era sbagliata, era lui: leggermente ingrassato – accettabilmente ingrassato – sempre con i baffi, jeans e dolcevita nero sotto un cappotto grigio. Notò che si stava allontanando dal banco del bar per muoversi deciso verso di lei, con quell’incedere elastico ed elegante che ricordava tanto bene.

Lei mormorò un frettoloso “scusate, torno subito” agli amici e scattò in piedi con un unico movimento rigido, come se fosse dotata di molle di cui avesse perso il controllo.

Si trovarono presto l’uno di fronte all’altra, lei respirò il suo odore, lui disse “sei proprio tu”, lei ” e già”.  “Dopo tutti questi anni”. A lei venne di nuovo in mente “e già”, avendo momentaneamente -sperava- smarrito il  ricco vocabolario di cui solitamente disponeva. “Sei solo”. “Sì”.

Piantati in mezzo al locale costringevano i camerieri a deviare il loro già difficile percorso. Lui disse “se andassimo via da qui?”. Lei avrebbe dovuto rispondere “ehi ciccio, è lo stesso film di dieci anni fa, l’ho già visto e so come va a finire” o più elegantemente “sorry, io non sono sola, sono qui con degli amici”. Invece disse “va bene, aspettami fuori”.

Dirigendosi verso il tavolo che avevano occupato, lei si accorse del battito furioso del  cuore e della mollezza delle  gambe. “Ragazzi, io devo andare. Ci si vede” Erano amici per modo di dire, in realtà più provvisori compagni di strada, e nessuno fece domande.

A quel punto avrebbe dovuto chiedersi cosa si aspettava da quell’incontro, e invece uscì quasi di corsa, temendo di non trovarlo più. Ma lui era davanti alla porta, con il bavero del cappotto rialzato, e nuvolette di vapore freddo uscirono dalla sua bocca quando disse “io sono a piedi, abito qui vicino”.  “Io ho la macchina in via Fiori Oscuri”.

Lui la seguì, camminava al suo fianco tenendo il medesimo passo e di tanto in tanto la osservava con un’ombra di sorriso sotto i baffi.

“Sei cambiata. Tutti questi capelli ti danno un’aria molto fiera. Un pò…aggressiva” .   “Li ho lasciati crescere e ho smesso di stirarli, sì. Non so se ho un’aria aggressiva. Non so nemmeno se sono fiera di qualcosa. Questa è la mia macchina”.

Lui salì senza esitazioni. Lei  mise in moto e lo guardò: “Cosa vuoi fare?” Lo stava chiedendo a se stessa, e non capiva la risposta, troppa confusione, pensieri ed emozioni irrimediabilmente aggrovigliati.

“Vorrei parlare un pò con te, via dalla gente, via dai rumori. Ho tempo fino a domani”. Lei non disse nulla. Si immise su via Fiori Oscuri e proseguì per via Dei Giardini. Via Montebello, via Turati, largo Donegani.  Erano ormai le due e non erano ancora tempi di movida, il traffico era scarso e in dieci minuti giunsero in via Casati, dove lei abitava. Lui continuava a guardarla in silenzio, “Abiti sempre qui”. “Sì. I miei si sono trasferiti ad Arona, mamma è in pensione e papà presta ancora qualche consulenza a Milano, si ferma qui da me quando gli occorre, ma ormai si sono stabiliti sul lago”. Il cancello automatico si aprì con la consueta lentezza, lei parcheggiò l’auto nel garage sotterraneo e si diressero verso l’ascensore.

Entrati in casa, lei accese subito tutte le luci – come se avesse paura del buio, ma di quale buio? – mentre lui, le mani nelle tasche del cappotto, si guardava attorno incuriosito. “Hai cambiato tutto, niente è come lo ricordavo”. “Era la casa dei miei genitori, ho voluto che diventasse casa mia. E tutto cambia, infine, e non è mai come te lo ricordavi. Se hai tempo fino a domani, ti conviene togliere il cappotto”.

Lui non pareva turbato da quel suo interloquire brusco, e si accomodò sul divano mentre lei prendeva due bicchieri e li riempiva di Porto. Antica abitudine mai dismessa.  Si sedette ad una ragionevole distanza da lui e trovò il coraggio di osservarlo bene: dieci anni avevano lasciato qualche segno intorno agli occhi e alla bocca, ma tutto nel suo aspetto le era familiare come se lo avesse salutato la sera prima. Per esempio, quelle  mani gentili dalle dita affusolate, e quel modo composto di sedersi un pò di lato, con le gambe accavallate.

“Vivi da sola. Lavori sempre a Cinisello?”

“Vivo da sola, come vedi. Non lavoro più là; sono tornata all’Università ma ho abbandonato Lettere e mi sono laureata in Filosofia: inutile per inutile, ho scelto una facoltà che mi interessava di più. Ora lavoro all’ufficio marketing di un’azienda farmaceutica, impegnativo ma divertente, e la laurea in filosofia non mi serve a un cazzo,come previsto, ma sono contenta di aver fatto quegli studi”.

Silenzio. Secondo bicchiere di Porto. Lui aveva lo sguardo assorto e malinconico, e a lei scappò un “e tu?” sussurrato, che sottintendeva  “vivi ancora con Lorenza? hai trovato infine ciò che cercavi? ma soprattutto: cosa non ha funzionato tra noi?”  In qualche modo, lui percepì tutte quante le domande.

“Abito sempre con Lorenza e anch’io ho lasciato il mio vecchio impiego. Sai, volevo il denaro, la vita facile, Lorenza me li offrì entrambi. Tu per stare con me avevi sfidato la tua famiglia, avevi rinunciato ad una vita comoda, agli studi, non volevo questa responsabilità. Ma ho rimpianto questa scelta tutti i giorni”. E le raccontò di un primo anno vissuto  girando l’America in lungo e in largo  (giusto mentre io colavo a picco affogando tra innumerevoli perché e cercavo faticosamente di raccogliere i cocci, pensò lei), e dell’incidente che Lorenza ebbe a Miami, guidando una sera che era un pò su di giri. Galera evitata grazie a conoscenze ed abili avvocati, ma nessun medico, né in America né in Italia, riuscì ad evitarle la sedia a rotelle sulla quale finì a causa di una complessa ed irrimediabile frattura del bacino. Le raccontò dei mesi trascorsi girando vanamente per cliniche varie, mentre la figlia ventenne di Lorenza scappava di casa insieme ad un tossicodipendente di cui rimase incinta.

Lei ascoltava con una sensazione di lieve straniamento (il Porto?), e non poteva fare a meno di sentirsi a disagio per gli accidenti che gli aveva tirato nel corso degli anni – non così pesanti, comunque.

“Ora la figlia di Lorenza vive in comunità a San Patrignano, dove si è fermata dopo la disintossicazione, mentre sua madre ha venduto la casa di Montecarlo per investire nella galleria d’arte che possedeva quando ci siamo conosciuti, e della quale mi ha affidato la direzione. In pratica, mi paga un lauto stipendio per assicurarsi che torni a casa, ben sapendo di non poter contare sulla mia fedeltà. Ha bisogno di me, ed ora sono in trappola”.

” Bé, non c’è gabbia più robusta di quella che uno si costruisce attorno con le proprie mani. E poi dai, ti sei venduto come un cagnolino da esposizione, non potevi pensare che non ci fosse un prezzo da pagare, no?” Aveva parlato con tono tagliente, e lui si era ritratto con un’espressione ferita. “Non mi concedi nessuna attenuante?”

“Vedi, mentre tu ti godevi l’America dopo avermi  mollata in quel miserabile monolocale dove vivevamo, del quale comunque non potevo permettermi l’affitto con il lavoro part time che avevo, io ho girato per Milano per alcuni mesi, ospite temporanea di qualche amica compassionevole o più disperata di me, apprendendo e perfezionando l’arte della profanazione di me stessa. Fino a provarne disgusto. Allora sono tornata con la coda tra le gambe dai miei e ho cercato di ricucire un rapporto che avevo lacerato. Per stare con te. Che a trentatré anni e dopo tre di convivenza, mi hai lasciata per una quarantacinquenne imbottita di soldi, che ti ha comprato pagandoti un tanto al chilo. Io avevo ventitré anni. Perché è questa la nostra storia, Nando. Ho pagato tutto anch’io, forse non ho ancora smesso. Credi davvero che potrei concederti delle attenuanti?”

Si erano alzati entrambi, e stavano l’uno di fronte all’altra, lei gli aveva sibilato in faccia le ultime frasi con cattiveria ma anche con un senso di liberazione – ecco, quante notti ho sognato di potergli sputare addosso tutto questo rancore?

Lui la guardava, il respiro leggermente affannoso, le afferrò le mani e  disse “Era amore, con te, l’ho rinnegato, ma era amore! Non c’è stato giorno che non mi sia maledetto per quello a cui avevo rinunciato…”

Lei pensò solo “sleale. dovevo aspettarmelo” poi capì che anche stavolta doveva andare fino in fondo.

Trattenne le sue mani e lo attirò verso di sé.

Si cercarono con rabbia, con l’intento di ferire e di ferirsi, ritrovarono loro malgrado gesti e parole, musica e calore, si aggrapparono al ricordo  e si lasciarono andare.

Doveva essersi appisolata, la riscosse il rumore di Milano che si svegliava in una domenica mattina d’inverno. Un debole chiarore grigiastro filtrava dalle tapparelle della camera da letto.

Lui  era accanto a lei, e la guardava, appoggiandosi ad un gomito.

“Non ti rivedrò più, è vero?”    “Non mi rivedrai più”.  La guardò a lungo, la baciò sulla fronte, le girò le spalle e cominciò a rivestirsi.  Lei guardò la sua schiena e i capelli castani e ondulati che scendevano morbidamente sul collo, e provò un leggero dispiacere. Lui uscì di casa senza più dire nulla.

Lei non riusciva a capire come si sentiva. Dopo un poco si alzò, si infilò una tuta ed un piumino ed uscì di casa. Aveva bisogno di aria fresca e di camminare. Pensò che non aveva mai rinnegato quell’amore, ma era arrivato il momento di conservarne solo il ricordo, rompendo il legame emotivo provocato dal rimpianto: inutile rimpiangere ciò che non esiste più.

All’improvviso si sentì sola,  senza più quel costante, inconsapevole dolore che le aveva tenuto compagnia durante tutti quegli anni e capì che era davvero finita. Era libera. Avrebbe finalmente smesso di girare attorno a un un grumo di sofferenza, e sarebbe andata avanti: verso altre storie, altri posti, sicuramente altre delusioni. Avrebbe affrontato tutto, era pronta.

Pensò che più tardi avrebbe cambiato le lenzuola e spalancato le finestre di casa, poiché aveva bisogno di rituali da compiere, poi avrebbe fatto una doccia. Ma più tardi: voleva conservare ancora per un pò l’odore sulla pelle.

 

 

LA TEMPESTA (DIDASCALIA PER UN’AMICA)

Camminava di buon passo immersa nei suoi pensieri, cercando in realtà di liberarsene per assaporare in pace un momento di solitudine, quando si accorse all’improvviso che la luce era cambiata e la sua ombra a terra era scomparsa.
Alzò lo sguardo e constatò che il cielo era ancora azzurro, poi si voltò e la vide: una cosa enorme, nero bluastra, avanzava minacciosa alle sue spalle. Pensò subito che l’avrebbe inghiottita, e di lei non si sarebbe saputo più nulla.

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Si diede subito della sciocca per quel pensiero ridicolo, ma l’istinto di fuga era davvero forte. Aveva camminato per un’ora buona, quindi ci avrebbe messo altrettanto per tornare verso casa; puntò decisa per la via più breve, verso il boschetto di noci.
Si tolse gli inutili occhiali da sole mentre un cupo brontolio rotolava crepitando in stereofonia. Si girò in tempo per scorgere un lampo che squarciò la nube per un istante, seguito da uno scricchiolio preoccupante e poi da un tuono che le scosse lo stomaco.
Poi, all’improvviso, uno scroscio d’acqua le si rovesciò addosso. Notò che la nube aveva assunto la forma classica della tromba d’aria, ed ebbe paura.
Si rammentò della sua bisnonna materna che era morta colpita da un fulmine perché si era rifugiata sotto un grande olmo, quando fu sorpresa da un temporale mentre lavorava in campagna, e realizzò che sarebbe stato imprudente infilarsi tra gli alberi con un tempo del genere; doveva quindi cambiare percorso, ovvero tornare sui suoi passi e camminare in direzione di quella cosa mostruosa.
La pioggia le frustava le gambe nude, era ormai fradicia, scarpe comprese, calzoncini e maglietta le si erano appiccicati addosso; nel frattempo si era anche alzato un vento impetuoso e pluridirezionale che sembrava volesse bloccarla in quel posto e in quel momento.
Paura.
Si raggomitolò abbracciandosi le ginocchia, in mezzo alla strada, tanto di lì non passava mai nessuno (ecco, non passava mai nessuno), e ad un tratto le tornò alla mente uno dei tanti mantra materni: “quando sei in difficoltà chiediti sempre “quale è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?” e preparati ad affrontarla, come puoi”.
Bene, quale era la cosa peggiore che avrebbe potuto capitarle in quel momento? Non c’erano corsi d’acqua nelle vicinanze, quindi il rischio esondazione era scongiurato. Non c’erano nemmeno case che potessero crollare, e gli alberi avrebbe potuto evitarli. Nel frattempo, in un frastuono di tuoni e con uno pirotecnico spettacolo di lampi la cosa nera si era allargata divenendo ancora più cupa, ma se non altro non sembrava più portare nel suo cuore malevolo una tromba d’aria.
Restava la grandine. Una volta erano caduti chicchi di grandine grandi come palline da tennis, uno di quelli in testa l’avrebbe tramortita. Si accorse che sulla strada, in prossimità di una vigna, qualche maleducato aveva abbandonato una cassetta di legno. Si alzò, la prese, la brandì con entrambe le mani e la tenne sopra la testa: l’avrebbe riparata dalla grandine, che puntualmente arrivò.
Paura.
Riprese il cammino a passo sostenuto, guardò la cosa nera e gridò “che altro vuoi da me? Di cosa mi stai punendo, dove ho sbagliato?”.
Una luce accecante, un rumore come di legni rotti, il cuore nelle orecchie: un fulmine si era scaricato da qualche parte. Si chiese se fosse poi una buona idea tenersi una cassetta di legno sopra la testa, e decise che forse no, così la restituì alla vigna.
Nel frattempo, aveva smesso di grandinare, anche se la pioggia continuava a cadere furiosa.
Paura.

Uscì un attimo da sé stessa e si vide camminare in mezzo a una strada tra le vigne, con i capelli incollati alla fronte e al collo e la pelle d’oca alta un centimetro sulle gambe, le braccia rigide e i pugni chiusi, a gridare la sua frustrazione a una nube nera che osservava impassibile la sua paura di non farcela.
Abbassò la testa e continuò a camminare, ma gridò un’ultima cosa al cielo: “sai che ti dico? Ce la farò a tornare a casa, questa volta e tante altre volte ancora”.
Non pensò più alla pioggia, al vento, alla nube, né badò più al rumoreggiare dei tuoni. Pensò solo a camminare verso casa, a testa bassa, con determinazione.
E quando alzò di nuovo lo sguardo, inaspettatamente colpita da un raggio di sole, si accorse che aveva quasi raggiunto casa, e un arcobaleno attraversava il cielo che stava ritornando sereno.

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Scosse la testa spargendo gocce d’acqua tutto attorno, lisciò con le mani calzoncini e maglietta, batté i piedi (sentì le scarpe fare “sguisc sguisc”), si rimise gli occhiali da sole.
E pensò che forse davvero alla base dell’arcobaleno c’è una pentola piena di monete d’oro.
Dopotutto, qualche volta saper leggere le favole aiuta.

PER AMORE,SOLO PER AMORE

Milano, zona Parco Sempione.Fu con la spavalderia dei suoi 19 anni che varcò la soglia dell’Old Fashion quel sabato sera, capello naturalmente riccio (se lasciato libero di esprimersi) stirato a piombo giusto per lo spazio di una notte, minigonna, stivale alto e occhi bistrati di khol. Usava così.
Lei non era propriamente bella, ma quando entrava in una stanza provocava uno spostamento d’aria che dirottava l’attenzione sulla sua presenza, e ne era consapevole.
Lo vide in un angolo del bar, mentre la voce di Donna Summer sussurrava “I feel love”: alto, elegante, bella faccia scolpita in qualche pietra levantina, fisico atletico. Puntò lo sguardo su di lui, sfacciatamente, e attese.
Non dovette attendere molto.
Percepì il suo odore un metro prima che lui le fosse di fronte, e azzerò qualsiasi programma. Lui disse ” Ma che ci facciamo qui?” Voce calda, leggermente nasale, lieve accento meridionale. Lei rispose “forse stiamo perdendo tempo” e si avvicinò di un altro passo. Lui le circondò le spalle con un braccio – ma non era ancora un abbraccio, piuttosto un invito – e disse “ho la macchina qui fuori”.
Milano in una notte di primavera, su una vecchia Lancia con il cambio al volante. Sono Fernando, arrivo dalla provincia di Foggia e lavoro in SIP. Io invece sono milanese, frequento la Statale, lettere moderne. I soliti discorsi banali, che permettevano all’energia chimica di quell’incontro di fluire ed alimentarsi indisturbata.
Traversa di viale Monza, casa di ringhiera, scale di pietra leggermente maleodoranti. La porta di casa scricchiolò appena quando lui la aprì. Fino a quel momento avevano camminato vicini, sfiorandosi di tanto in tanto – ma quasi involontariamente. Lui chiuse la porta.
Poi, niente fu mai più come prima, per lei.
Lei, unica figlia adorata di una famiglia piccolo borghese, lasciò casa e studi per seguire l’animo irrequieto di lui, ma lui le sfuggì di mano, con la stessa leggerezza con la quale le si era donato.
Lei cercò e raccolse i brandelli della sua vita, abbassò la testa e riprese il cammino.
Continuò a creare quel lieve ma deciso spostamento d’aria ogni volta che entrava in una stanza, e se ne servì scientemente.
Ma non fece mai più quell’ultimo passo che azzera tutti i programmi, ben sapendo che quel tipo di amore e quel tipo di sofferenza possono essere sopportati solo una volta nella vita.
Tuttavia, si ritenne sempre molto fortunata: nessuno avrebbe mai potuto cancellare tutto ciò che era stato, e tanto le bastava.WP_20150103_16_47_05_Pro

Bologna, una sera d’estate

Io e la Lella ci conosciamo dalla prima Liceo.
Milano, anni di piombo – senza voler essere più precisi – Liceo Linguistico Manzoni, che allora trovava sede in un affascinante palazzetto patrizio con aule e corridoi affrescati dal Tiepolo, la cui vistosa decadenza pareva non preoccupare l’amministrazione milanese, all’interno dei Giardini Pubblici di via Palestro.
Era una scuola che ospitava molti figli di “sciuri”, provenienti da famiglie milanesi decisamente benestanti, ma vi erano alcune eccezioni di estrazione piccolo borghese (ma proprio piccolo), come la sottoscritta e la Lella.
Mi piace pensare che all’inizio fu proprio quella comune matrice ad avvicinarci e ad unirci in un allegro sodalizio, che transitò attraverso gli anni dell’Università (Statale, naturalmente) e che si mantenne per molti anni anche dopo che incominciammo a lavorare, pur limitandosi alle uscite serali. Va detto che fu in quel periodo della nostra storia che demmo il meglio di noi stesse, in molti sensi.
Un paio di tragici errori di valutazione, da parte di entrambe, separò le nostre strade mettendoci di mezzo parecchi chilometri e molte sofferenze. Ma poi ci ritrovammo, raccogliemmo insieme i cocci e qualche brandello dell’antica fierezza e fummo pronte a farci compagnia, avviandoci verso una solitaria maturità.
Curiosamente, vi fu una singolare simultaneità di eventi nella nostra vita, anche quando ci imbattemmo – tutte e due – nel compagno che non aspettavamo più. Non lo stesso, fortunatamente.
Da allora la nostra frequentazione è divenuta sporadica, ma il contatto non si è mai interrotto: capita ancora che ci si senta dopo qualche mese di silenzio, senza che sia mai necessario colmare momenti di imbarazzo iniziale con parole di circostanza. Semplicemente, si riprende un discorso interrotto, non importa quanto tempo prima.
I tardi anni ‘80 coincisero con il periodo di massimo splendore, per me e per la Lella, e fu anche un periodo di grande impegno politico. Scoprimmo Cuore attraverso l’Unità, che a un certo punto compravamo solo per avere l’inserto settimanale, perché nel frattempo avevamo optato per la neonata e molto radical chic La Repubblica.
Brindammo quando Cuore si staccò dal quotidiano e visse di vita propria, e molti anni dopo, quando su Twitter mi capitò di imbattermi in alcuni componenti della Redazione di Cuore ai tempi di Claudio Sabelli Fioretti e di Michele Serra mi sembrò di ritrovare dei vecchi amici.
Attraverso questa frequentazione virtuale feci in seguito un’altra scoperta: uno degli ex Cuore negli anni ‘80 aveva messo insieme, con altri amici sufficientemente squinternati, una rock band dal nome assai suggestivo “Lino e i MistoTerital” che fu aggregata, a mio avviso un po’ troppo semplicisticamente, al filone rock “demenziale”.
E il 13 luglio 2012, per celebrare il trentennale del Gruppo, grande reunion al BOtanique di Bologna.
13 luglio. A Bologna.
Pensai subito che avrebbe fatto un caldo boia.
Eppure, leggendo la notizia, all’improvviso provai un leggero formicolio alla nuca, come quando sto per perdere il controllo.
Lo persi.
“Lella? Ciao, c’est moi. Ho una proposta da farti”
“ Ah sì, grazie, anche qui stiamo tutti bene. Sarebbe?”
“Non ho presentimenti negativi, quindi state bene. Vieni con me a Bologna venerdì 13? A vedere il concerto del trentennale di Lino e i Mistoterital? “
“ Lino chiiiii?”
“MistoTerital. E’ la band di un ex Cuore, suonano rock un po’ alla Ramones e mi sa che fanno casino uguale. Partiamo nel primo pomeriggio, dormiamo a Bologna e torniamo sabato mattina.”
“E’ una proposta così sconclusionata che accetto”.
Questa è la Lella. Non la sentivo da più di un mese.
Avevo agito d’impulso, ma più ci pensavo, più mi convincevo del bisogno di fare un passo fuori dal sentiero di troppe quotidianità.
E poi mi allettava la prospettiva del viaggio con la Lella, alla ricerca di una rassicurante intimità con un’amica con la quale avevo riso e pianto quasi in egual misura. No, più riso che pianto, in realtà.
Venerdì alle 2 e mezza del pomeriggio ero a Milano, viale Certosa. Casino il solito, lo skyline sempre leggermente diverso da come lo ricordavo dall’ultima volta, ma chissà se era solo un’impressione.
Quando arrivai davanti al portone di casa della Lella lei era già lì, divisa d’ordinanza (jeans e maglietta), borsone a tracolla e occhialoni tartarugati da diva.
La Lella è sempre stata bionda e morbida quanto io ero e sono castana e spigolosa, e questa considerazione vale anche per il carattere ed il modo di porsi di fronte al mondo.
Per dirne una, ai tempi del liceo lei girava per casa con ciabattine dorate col tacco, io con i Pescura, lei dormiva con vezzosi pigiamini merlettati, io con le t-shirts dei Peanuts o del Che, a seconda del mood del momento. Così capitava spesso che se con me i ragazzi si confidavano, con lei si sdilinquivano, e mentre lei viveva autentiche (benché spesso fugaci) passioni, io intrattenevo discontinui ma duraturi rapporti di amicizia dove il sesso praticato occasionalmente ed in assoluta serenità diveniva, anch’esso, niente di più che uno scambio di confidenze tra amici.
Ricordo che ai tempi dell’Università un’estate andammo in vacanza in Sardegna.
Frequentavamo spiagge libere dove transitavano spesso venditori ambulanti di vario colore i quali, se intuivano un minimo di disponibilità, diventavano appiccicosi come una colata di vinavil.
E’ seccante sdraiarsi su una spiaggia in Sardegna (spesso dopo aver sostenuto una lotta estenuante contro il vento per stendere l’asciugamano) con un tizio appollaiato di fianco che cantilena in continuazione “guarda signora bella, io vende te per poco”.
Quindi dissi alla Lella “mi raccomando, se ti si avvicina uno di questi poveri cristi cerca di stare sulle tue – non ti chiedo di essere sgarbata, ma perlomeno evita di essere incoraggiante”.
Arrivammo in spiaggia, scegliemmo un punto che ci pareva adeguato, sventolammo gli asciugamani e, come per magia, si materializzò un tizio sufficientemente scuro da non poter essere abbronzato, paludato in 6 o 7 tappeti e con delle borsate di monili vari. Io fissai immediatamente assorta ed accigliata l’orizzonte, la Lella si girò, lo guardò, e al suo “buongiorno, bella signora” rispose con un cinguettante “buongiorno a lei!”.
L’avrei strozzata. Ricordo che comprai una cosa qualsiasi pur di avere una chance di congedare l’ambulante in meno di un’ora.
Ne nacque una discussione estenuante sull’umana solidarietà e sulla coerenza politica. Bei ricordi.
Comunque, la Lella saltò decisa in macchina come se ci fossimo lasciate la sera prima.
“calma, amica, tu che ci vedi bene guidi, impostiamo il navigatore e via” e così dicendo scesi per cederle il posto di guida.
Ci abbracciammo senza dire nulla.
Sedute in macchina finalmente ci guardammo, con occhio dapprima critico ma subito compiaciuto: comunque stessero le cose, ognuna di noi vide nell’altra quel che si aspettava di vedere.
Dinanzi a noi circa 3 ore di viaggio o anche più. Ci occorrevano per riannodare diversi fili trascurati e per trovarne di nuovi da annodare.
La mia macchina non era una Thunderbird azzurra e noi non eravamo Thelma & Louise, tuttavia in quel momento avevamo il medesimo desiderio di fuga, unito tuttavia alla rassicurante consapevolezza che l’indomani avremmo voluto tornare a tutto ciò che oggi stavamo facendo finta di lasciare.
“cià, ma spiegami un po’ di sto concerto – non ho capito, suona qualcuno che conosci?”
“in un certo senso sì, il front man è uno che seguo su Twitter, ho selezionato a prescindere tutti gli ex-Cuore che ho trovato, e sono come me li aspettavo:divertenti, caustici, interessanti”.
“ma non hai detto che avevi smesso?”
“di far che?”
“di seguire gli uomini, non avevi detto “tempo scaduto”?”
“smettila, d’accordo che sei refrattaria al social network, ma saprai che su Twitter ci si segue, ci si followa, ovvero si sceglie con chi comunicare. Lella, evolviti però”
“ma evolviti cosa, a mia nonna piaceva Cary Grant e lo vedeva al cine e poi ne parlava come se fosse uno di casa, non c’è tutta sta differenza. E se la Reggiani ti sentisse dire ci si followa….”
La Reggiani, la nostra collerica prof. di inglese al Liceo. Mi venivano i brividi solo a pensarci; persino suo marito era scappato di casa. Però ciò che mi aveva insegnato lei lo ricordavo ancora oggi: quando si dice efficacia di un metodo.
Intanto la signorina Audi Navigation System ci avvisava con voce dolcemente perentoria che bisognava “ prepararsi a una rotatoria”. Dissi alla Lella che mi ero sempre chiesta se avessi dovuto pettinarmi o mettere il rossetto per superare come si deve una rotatoria: lei mi fece notare che forse sarebbe bastato che dicessi meno stupidate. Chissà però se dopo la rotatoria avrei potuto riprendere.
Tra una chiacchiera e l’altra, la Lella mi sbirciava pensosa.
“non preoccuparti, va tutto bene. Ho solo bisogno di prender fiato. Comunque la battuta sugli uomini che ho seguito potevi pure risparmiartela, anche perché in realtà li ho sempre preceduti, semmai”.
La mia osservazione ci offrì lo spunto per tirare in ballo volti e nomi e situazioni che avevano ormai la polvere di 30 anni o giù di lì. Mi ricordai a un tratto di un tipo che ora ci sembrava talmente poco frequentabile che nessuna delle due si voleva assumere la responsabilità di avere avuto una relazione, seppur occasionale, con il tizio, attribuendola con assoluta sicurezza all’altra. Temevo che avesse ragione lei – ne ero quasi certa – ma non glielo dissi.
La Lella guidava un po’ alla boia d’un giuda, riuscendo a prendere buche immaginarie persino su un’autostrada appena asfaltata.
“sai Lella, è dai tempi delle elementari che mi sento dire che quel che faccio va bene, ma potrei fare di più. Quali prerogative possiedo in virtù delle quali potrei fare di più? E rispetto a quale standard, poi? Io sono stanca di vivere con la sensazione di essere sempre leggermente al di sotto delle aspettative. E poi me ne frego delle altrui aspettative: Lella, sto cercando una via d’uscita, prima che sia troppo tardi”.
“troppo tardi per cosa, esattamente? O per chi?”
Avevo sempre apprezzato la razionalità ed il senso pratico della mia amica, sempre pronta ad acchiapparmi per la coda quando rischiavo di volare troppo alto.
Il fatto di aver diradato la nostra frequentazione, anche se per motivi puramente logistici e dipendenti da impegni professionali e familiari, mi aveva privata di questo prezioso aiuto, tanto che qualche volta ero stata tentata di entrare in analisi. Poi invece avevo deciso di comprare un cavallo, di adottare un certo numero di gatti ed infine di sposare un uomo tanto solido ed equilibrato quanto io sono insofferente e tendente alla divagazione. Tutto ciò funzionava piuttosto bene, mi mancavano tuttavia i momenti di assoluta confidenza che si vivono esclusivamente con un’amica.
“voglio rallentare, Lella. Non riesco più a conciliare le mie diverse anime, voglio sceglierne un paio al massimo e abbandonare le altre. Così sono costantemente distratta, passo attraverso il tempo senza mai essere completamente presente al momento vissuto, il che implica fatalmente la mancanza del ricordo”.
La mia amica taceva. Sapevo che stava probabilmente pensando che sono sempre stata inutilmente complicata: parlare con lei mi aiutava sempre a ridimensionare il mio perenne disagio.
Tra rievocazioni, canzoni e sciocchezze il nostro viaggio scorreva tranquillo – a parte un momento di autentico smarrimento quando, poco prima di Parma, Frau Gertrude, ovvero la voce teutonicamente flautata di Audi Navigation System, interferì con gli Smashing Pumpkins (cosa di per sé già seccante) per ingiungere “appena possibile effettuare una inversione a U”.
In autostrada.
Questo ne provocò l’immediata estinzione, con un cerimoniale del tutto simile a quello della storica eutanasia di Hal di kubrikiana memoria, ma con conseguenze certo più contenute.
Arrivammo a Bologna intorno alle 6 del pomeriggio e, grazie alle indicazioni di un paio di passanti, meno precisi ma tanto più simpatici di Frau Gertrude, raggiungemmo senza grosse difficoltà il parcheggio dello sferisterio, dove ci avevano consigliato di lasciare l’auto.
La zona universitaria era poco distante, il tragitto a piedi ci avrebbe consentito di ammirare gli edifici storici della più antica Università del mondo, l’Alma Mater Studiorum.
Mi ha sempre affascinato l’idea dalla quale nacque questa antichissima scuola: un’organizzazione libera e laica di studenti che decisero di scegliere e finanziare autonomamente i propri docenti. Quanta modernità e quanta libertà di pensiero in questa idea, che risale addirittura al secolo XI, per quanto evidentemente condizionata dal censo.
Nello splendido Archiginnasio, che fu l’antica sede dell’Università, si trova tuttora un complesso araldico di circa 6000 stemmi studenteschi.
Alla bellezza del luogo (peraltro già oggetto di sporadiche frequentazioni negli anni passati) eravamo preparate; ciò che invece ci aggredì con inaspettata ferocia, quando abbandonammo il paradiso artificiale creato dal climatizzatore dell’auto, fu la cappa di calura che gravava implacabile sulla città e che ci avviluppò all’istante, vischiosa ed avvilente.
Decidemmo di abbreviare il nostro girovagare e, tagliando per Piazza Grande, ci dirigemmo verso i giardini di via Filippo Re.
Situati nella zona universitaria, i giardini di via Filippo Re si sviluppano attorno a quel piccolo gioiello che è l’antica Palazzina della Viola. Il Comune di Bologna ha avuto la felicissima idea di utilizzare i giardini per ospitare manifestazioni di musica dal vivo di vario genere, dando vita allo spazio “BOtanique”.
All’interno dei Giardini bighellonava già una discreta folla, l’atmosfera era quella svagata e felice del passeggio sul lungomare, con in più la percezione di attesa di qualcosa che avverrà, di lì a poco.
Fummo immediatamente e consapevolmente condizionate dall’ambiente e ci guardammo intorno come normalmente si fa il primo giorno di vacanza, quando ci si lascia blandire da un paesaggio suggestivo e si studia il campionario di varia umanità alla ricerca del simile e del dissimile.
“Pensavamo di avere un sacco di tempo, e all’improvviso ci accorgiamo che è arrivato il momento di stare bene attenti a non sprecarne neanche un attimo”. Mi accorgo che la Lella ha lo sguardo remoto di chi insegue un ricordo lontano.
“Già. Sai Lella, ho spesso pensato che se avessi avuto un figlio sarei stata costretta a crescere, ad un certo punto. E invece, è andata così”
“Non dire sciocchezze: abbiamo conosciuto un sacco di figli che a vent’anni erano più maturi e responsabili delle loro madri. E poi ti fa comodo definirti immatura, così ti chiami fuori. Lo hai sempre fatto, quando semplicemente non ti andava di uniformarti a certe regole”.
Eccola la mia amica Lella, la sorella grande che non ho avuto: come darle torto? Ma del resto, continuo a ripetermi che quando la vita mi costringerà ad un inevitabile ribaltamento di ruoli, prenderò atto che i tempi sono cambiati e mi adeguerò.
Nel frattempo, coltivo tenacemente tutte le mie passioni ed inseguo l’attimo che fugge.
“Lella, ma ti ricordi quando attraversavamo Milano di notte sul tuo Maggiolino cabrio e gridavamo a squarciagola “io sono viva”??”
“E come no. Erano i tempi in cui progettavamo di girare il mondo facendo le hostess, che adesso fa brutto definirle così perché sono assurte al rango di “assistenti di volo”, frequentavamo gli anarchici del Circolo di Scaldasole, ci entusiasmavamo leggendo Camus e la Comune di Parigi e la sera giravamo per i locali sui Navigli, dove tu cantavi con il tuo moroso, il Nando, che ti accompagnava con la dodici corde. Ma poi Nando che fine ha fatto?”
“Ah, ha tentato di sfondare con una band con alcuni amici pugliesi, uno di loro adesso conduce programmi di giardinaggio in tv e porta la stessa coppoletta sfigata di allora, gli altri chissà dove sono. Lui ha poi sposato la ricca signora con dieci anni più di lui per la quale mi ha mollata 4 a 0, ricordi? Mi avete stressata per anni con sta storia che ero l’unica donna mollata per una molto più vecchia, di solito accade l’inverso. Alla fine, per reazione o per difesa, me ne feci addirittura un vanto”.
“E come potrei aver dimenticato? Sono stata ad ascoltarti per ore mentre facevi a brandelli la vostra storia e spaccavi il capello in quattro alla ricerca dei motivi logici per cui era finita.”
“Non ero pronta ad accettare il fatto che a volte l’amore finisce, e basta. E ti resti solo tu, ed è da lì che devi ripartire. E’ che poi, a furia di errori e di rinascite dalle proprie ceneri, si esaurisce la capacità di darsi incondizionatamente, e nelle relazioni successive si tende a restare sempre con un piede fuori.”
“Il che non è proprio un male”.
“No. Ma è la fine dell’amour passion. Ne prendo atto serenamente”.
“Ma dei sogni di allora, tu che ne hai fatto? Sei riuscita a realizzarne almeno uno, almeno in parte?”
“Bè, le mie vicissitudini professionali le conosci bene, ed è chiaro che, un po’ in conseguenza di scelte un po’ per fatalità, non è in quell’ambito che ho trovato le maggiori gratificazioni. Ma qui si dovrebbe parlare di progetti, non di sogni, ed è quindi un’altra storia.
L’incontro con il compagno che non cambierei con nessun’altro ha soddisfatto un’aspirazione che appartiene all’età adulta, come pure il fatto di essere andata a vivere in campagna, che è poi collegato e dipendente dall’incontro con lui.
Ma fin da quando ero bambina sognavo un cavallo, e in estate passavo lunghe ore solitarie a cavalcioni della ramificazione del tronco di un vecchio albero nel giardino della nonna, immaginando di essere in sella al mio destriero.
E un giorno sono riuscita ad averne uno, e ad acquisire nel corso degli anni un discreto livello di preparazione, sostituendo le doti innate che non ho mai avuto con la caparbietà e la passione.
Ogni volta che salgo in sella ed entro in simbiosi con il cavallo io provo una sensazione di felicità che è persino difficile da spiegare: è gratificazione, è calore, è coscienza di sé, è armonia, è lontananza siderale da tutte le frustrazioni legate ad altre situazioni che costituiscono il quotidiano.
E’ pace.
Ecco, questo è un sogno realizzato: solo uno, ma non sono ancora morta, magari riesco a realizzarne anche un secondo. Ci lavoro, comunque.”
“Io invece sono sempre stata troppo concreta per sognare. Ho spesso scambiato per sogni delle semplici aspirazioni, alcune ho potuto realizzarle, altre no. Ma i sogni sono altro. Mi resta il piccolo rimpianto di non aver saputo sognare, ma infine ho fatto la vita che volevo, e sono grata al destino che non mi ha intralciata più di tanto”.
Non avevamo voglia di cenare; tacitamente d’accordo passeggiavamo tra la gente, rassicurate dalla reciproca compagnia.
Era ormai sera, ma il caldo era diminuito di poco.
La luce si era fatta più morbida, sul palco c’era movimento; nel nostro indolente girovagare non avevamo pensato ad avvicinarci, ed ora era troppo tardi.
All’improvviso il palco si animò, e nel giro di qualche istante le rumorose chiacchiere degli astanti si ridussero ad un sommesso brusio, e “fai mò silenzio, che incominciano!”.
Io e la Lella sgomitammo un po’ con discrezione per cercare di avvicinarci, ma rimanemmo ben presto incastrate tra due signori un po’ spelacchiati ma chiaramente velleitari, accompagnati dalle rispettive e adeguate consorti, ed un gruppo di variopinti adolescenti dei quali mi affascinava soprattutto il linguaggio: un incomprensibile codice con cadenza emiliana che mi riportava alla memoria certi pomeriggi d’estate a Fabbrico con i mei cugini, quando ci divertivamo a saltare a piedi uniti le profonde spaccature del terreno causate dalla siccità, e già solo per quello mi ispirarono simpatia.
Mi guardavo in giro, e notavo che il pubblico era incredibilmente eterogeneo e trasversale, per sesso, età ed aspetto: coppie stagionate con molto passato e poco futuro, ma stasera chissenefrega, giovani famiglie con bimbi al seguito, trentenni ancora indecisi se uscire dall’adolescenza o restarne intrappolati per sempre e adolescenti autentici in piena tempesta ormonale. E anche coppie di amiche in libera uscita, come noi due.
Si percepiva ora la stessa leggera emozione che aleggia in un teatro, quando si spengono le luci e si alza il sipario.
E lo spettacolo incominciò, con la voce di una ragazzina che all’improvviso irruppe, potente, calda e vibrante, incredibilmente matura, sulle note di una ballata dalla melodia un po’ beatlesiana. Con lei c’era un’altra ragazzina, ma ero troppo lontana e davanti a me c’era uno con la nuca tatuata che per le dimensioni avrebbe potuto tranquillamente fare il buttafuori, così non riuscivo a capire chi delle due stesse cantando e chi suonando la chitarra.
Va detto che sono anche irrimediabilmente miope, e quella luce crepuscolare dai riflessi rosati addolciva le abituali asperità del mio stato d’animo, ma comprometteva irrimediabilmente le mie già ridotte capacità visive.
Accanto alle ragazzine c’era un folletto dai colori sgargianti, l’armadio tatuato disse alla sua compagna “vé, quello lì è Roberto con le sue bimbe”.
Dissi alla Lella “sarà che sono lontana e c’è gente davanti, sarà che sono miope, ma da qui sembra che abbiano più o meno la stessa età”.
E poi arrivò la band, e fu musica e colori scintillanti, fu energia pura, i testi delle canzoni erano provocatori e dissacranti, l’apoteosi del nonsense venato di poesia. Il front man era come me lo ero immaginato, vitale e stralunato, sorridente ed irridente.
Io e la Lella ci guardammo e ci scappò un sorriso che non aveva bisogno di parole.
Stavamo bene, semplicemente, lì e in quel momento, cogliendo l’essenza del mantra che mi ero ripetuta per anni, credendoci profondamente: carpe diem.
Qualcuno cantava, qualcuno ondeggiava, una giovane mamma danzava da sola, abbracciata al suo piccolo di pochi anni, che sorrideva beato.
Al terzo pestone su una zampa, un piccolo cane si infuriò ed incominciò a roteare su se stesso abbaiando, nel tentativo di stabilire dei limiti invalicabili a tutela del suo spazio vitale.
Un altro cane di grossa taglia, prudentemente accucciato tra le gambe del suo proprietario (o almeno di colui che lo teneva al guinzaglio) lo osservava perplesso, il testone leggermente reclinato di lato.
Il tempo scorreva morbido, senza attriti, solo un po’ troppo veloce.
A concerto finito, sul palco si intuiva un’atmosfera familiare e un po’ svaccata, gli ex ragazzi incominciavano a ritirare gli strumenti, ma non ancora la loro voglia di stare lì, insieme.
La gente se ne andava con il passo lento e riottoso di chi non si decide ad archiviare la serata, perché potrebbe ancora succedere qualcosa, in fondo.
E in realtà assaporavo lo stesso sentimento, l’irrazionale eppur solidissimo convincimento che fino all’ultimo giorno potrebbe verificarsi l’evento che cambia radicalmente lo stato delle cose.
In meglio, naturalmente, poiché io sono per natura portata all’ottimismo.
All’improvviso pensai che poteva essere il momento giusto per tentare di avvicinarsi al palco e materializzarsi con un “salve, sono quella che su Twitter si nasconde dietro lo sguardo enigmatico e severo di una gatta siamese, che piacere conoscervi, magari beviamo una cosa?”.
“Lella, quasi quasi tento di andare lì per presentarmi e salutarli”.
“Sì, potresti”.
Mossi qualche passo verso il palco, poi mi fermai e guardai la mia amica. “Potresti”, aveva detto, il che implica “ma anche no”.
Guardai di nuovo il gruppetto sul palco: mi sembravano felici, potevo immaginare l’energia e l’allegria che avevano espresso quella sera come un’aura che li racchiudeva e che li avrebbe accompagnati ancora per un po’.
In qualche modo, me ne sentii partecipe, e non ebbi più nulla da chiedere da quel momento, che era perfetto così. Un’altra volta, magari.
Presi a braccetto la Lella e ci avviammo pigramente verso Piazza Maggiore, dove c’era l’Hotel presso il quale avremmo pernottato.
Pensai a casa, e fu con tenerezza, con orgoglio e con gratitudine.
Mi sentivo leggera, la mente lucida, ora avevo le idee chiare, ed il passo lieve di chi è sospinto dal tenace convincimento di avere ancora diverse carte da giocare.
E forse un giorno, davanti a una birra o a una tazza di caffè avrei raccontato a Lino ed anche ai MistoTerital di quanto mi fossi sentita bene quella sera del concerto del loro trentennale.

Dedicato a Phil Anka per il trentennale di “Lino e i Mistoterital”, Bologna, 13 luglio 2012.

A MIA MADRE

La giovane donna indossa un abitino longuette stampato a motivi cachemire, una cintura cinge la vita sottile, calza scarpe eleganti dal tacco alto che mettono in risalto le caviglie snelle e la testa leonina di capelli ricci dai riflessi fulvi le conferisce un atteggiamento inconsapevolmente fiero.
Lo sguardo è rivolto verso l’obiettivo dell’invisibile fotografo, un sorriso gentile le illumina il volto dai lineamenti delicati e regolari.
Tiene per mano la figlia, bimbetta grassottella e con un buffo cappellino, che ride spensierata e fiduciosa.

Fermo immagine.

La donna ancora non sa che questa figlia la deluderà, che le sfuggirà innumerevoli volte, che dovrà avere la pazienza e la tenacia del ragno per riparare la fragile tela del loro rapporto, che gli errori che non potrà impedirle di commettere graveranno anche sulle sue spalle.
O forse immagina già tutto, ed è perciò che stringe la mano della bimba con forza, e che il suo sorriso gentile fa fatica a cedere all’allegria.
La figlia ha camminato per la vita scegliendo le sue strade, si è allontanata, è tornata a farsi curare ferite insanabili, è partita di nuovo.
La madre non ha smesso un solo momento di amare questa figlia tanto diversa da lei.
Col trascorrere degli anni e dopo varie vicissitudini, frugando tra i tanti ruoli che in passato aveva scelto o accettato di interpretare, la figlia ha infine trovato un grumo di se stessa per il quale è riuscita a provare una complice simpatia e persino un’ombra di stima, e da lì è ripartita per costruire un modo di essere con il quale poter convivere serenamente.
La figlia ha così ritrovato in sé stessa la tenacia e la caparbietà di sua madre, ed ha compreso di non avere mai del tutto lasciato la stretta di quella mano.
E forse la madre ha finalmente trovato la figlia che aveva pazientemente aspettato. Forse, quel giorno lontano aveva già immaginato anche questo.

Mercoledì, 1 maggio 2013

NATALE 2012

Domenica mattina, quasi Natale.
Contemplo con il consueto, gioioso stupore il paesaggio dalla finestra della camera da letto: un sottile velo di nebbia è rimasto intrappolato tra i filari delle vigne, laggiù la valle è imbiancata da uno spesso strato di brina.
Apro il cassetto dei ricordi e ne tiro fuori uno a caso.
Soffio via il velo di polvere che il tempo vi ha depositato e compare l’immagine di me stessa bambina, in piedi con il naso appiccicato ai vetri della finestra del soggiorno. Una domenica mattina, quasi Natale.
Milano, anni 60, abitavamo in un quartiere di periferia dove ci siamo sempre sentiti in temporaneo esilio, come di passaggio e nostro malgrado, proiettati nella realizzazione di un futuro migliore.
Il colore prevalente è il grigio: grigio l’asfalto che lascia poco spazio a rare ed asfittiche aiuole nelle quali il verde si è da tempo arreso, lasciando solo terra nuda, grigio il cielo, soffocato dai veleni cittadini, grigi i teli di plastica che tentano di chiudere balconi in cemento grigio.
Nella piazzetta che divide due anonimi cortili, dove ostinati galantuomini vivono porta a porta con piccoli e meno piccoli malavitosi, due zampognari suonano melodie natalizie. Sono per lo più pastori che scendono dalle vicine valli bergamasche, come tutti gli anni in questo periodo, e girano per le vie cittadine con l’intento di raccogliere qualche soldo.
Con i loro costumi tradizionali, sembrano provenire da un altro tempo, oltre che da un altro luogo.
La mamma mi consegna un soldino da lanciare dalla finestra, ed io, che ho sempre provato un’autentica, dolorosa compassione per sfigati e randagi, sono felice di fare qualcosa per loro ma contemporaneamente sopraffatta dalla coscienza della pochezza del mio gesto, che nulla cambierà della loro vita che io immagino faticosa e tribolata.
Ho provato la medesima sensazione anche negli anni a venire, ogni volta che ho dato un soldo a un mendicante, autentico o falso che fosse – non me ne curo, la mia coscienza mi impone comunque un piccolo gesto di solidarietà. Ogni volta, mi sono chiesta quali sfortunate o dolorose circostanze avessero potuto condurre a una vita randagia e misera, senza più scopo né speranza.
Da quei giorni lontani, il suono delle zampogne mi trasmette una indicibile malinconia.
E mi rammenta che se è vero che il destino di ognuno è prevalentemente frutto di scelte, del resto non sempre così libere, è altrettanto vero che le avversità possono talvolta sopraffare. E una società giusta dovrebbe prevedere e tradurre in interventi concreti l’umana compassione, e venire in soccorso di chi vive in miseria. E invece.
Domenica, quasi Natale, e io ho di questi pensieri da vecchia socialista. Mi arrendo all’evidenza che una società giusta rimane pura utopia, e penso che persevererò con i miei piccoli inutili gesti di generosità nei confronti di chi mendica.
Poco lontano, un asino raglia, un cane abbaia, un altro gli risponde. Un trattore si muove nella valle sottostante.
Inizia un altro giorno, che mi sforzerò di non sprecare.

forse,una dichiarazione d’amore

Il sole che tramonta in questa serena e mite giornata d’autunno incendia con un barbaglio rossastro le foglie ancora presenti sui piccoli peschi, posti in fila l’uno accanto all’altro come impassibili sentinelle sul fianco della collina.
Stai fissando un punto lontano, il tuo sguardo assorto ha il colore delle nocciole mature. Sei buffo con questa faccia concentrata, come di pensiero fermato a metà, di idea che cerca una via di uscita.
Nella piccola valle sottostante un enorme gregge di pecore ondeggia compatto, come sospinto dalla leggera brezza. Quattro cani corrono incessantemente intorno alle pecore, fino ad organizzarle in un’unica massa bianca che si dirige fuori dalla valle, presumibilmente verso casa.
Colgo nelle tue fattezze qualche piccolo, inequivocabile segno dell’età che avanza, e provo un impeto di tenerezza: vorrei abbracciarti di slancio senza dire niente, ma non ti voglio distrarre da quel pensiero sconosciuto e lontano che sta assorbendo la tua attenzione.
E’ un momento perfetto, uno di quelli che vorrei fissare in maniera indelebile nella memoria e nei sensi, per poterlo conservare e ritrovare integro e materiale, colori, suoni, sensazioni e sentimenti.
Penso ai molti anni che abbiamo trascorso insieme, e so di doverti della gratitudine: mi hai inconsapevolmente aiutata in più di un momento difficile, mi hai condotta a raggiungere mete che immaginavo di poter solo sognare, mi hai consentito di sollevarmi da frustrazioni, meschinità e delusioni. Mi hai sopportata con indulgenza quando ero nervosa, senza mai perdere il tuo innato buonumore e la tua fiducia in me.
Quando ti ho visto la prima volta, ho subito pensato che sarebbe stato per sempre: tu così giovane, io già inesorabilmente avviata verso la maturità (se non altro quella anagrafica). E ti ho promesso che sarebbe stato per sempre.
Ti guardo ora, ed è una promessa che rinnovo: accetterò il dolore della tua mancanza – non so come – ma sarò sempre al tuo fianco. Fino al tuo ultimo giorno.
Il sole sta precipitando dietro la collina, una sfumatura dorata tinge l’orizzonte e alimenta l’illusione che ci sarà sempre un domani.
Ti riscuoti con un piccolo sospiro, mi guardi, ti gratti un orecchio contro la mia gamba e riprendi a mangiare con avidità l’ultima erba della stagione.
Forse un giorno, dopo di te, avrò un altro cavallo, ma so che non ci saranno mai più momenti perfetti.

INSONNIA

Nelle notti insonni la mente vaga indisturbata, produce pensieri perfetti e concepisce soluzioni brillanti, delle quali al mattino non vi è traccia.
Per quanti sforzi uno faccia, alla luce del giorno l’unica traccia certa è quell’avvilente ombra nera sotto gli occhi che spegne anche lo sguardo solitamente più vivace.
Capisco ad un tratto perché gli scrittori – quelli veri – si alzano dal letto spinti dall’urgenza di fissare l’intuizione del momento, ben conoscendone la natura effimera. Ma io non sono uno scrittore vero, e in questa notte autunnale immagino per un attimo di alzarmi, mettermi alla scrivania e scrivere subito, di getto, quelle elucubrazioni che mi paiono così limpide. Ma mi lascio vincere dalla pigrizia e mi rannicchio sotto la coperta, alla vana ricerca del sonno perduto.
La notte è colorata da suoni lievi che percepisco grazie all’insolita lucidità indotta dall’insonnia. Cerco di catalogarli: il canto monotono di una civetta, che dimora da qualche tempo sul grande ippocastano davanti a casa, passi leggeri sulla ghiaia, forse uno dei gatti in cerca di prede notturne, un improvviso stormire di fronde, qualche uccello si è alzato in volo dal ciliegio o dall’ippocastano, un insistente grattare sul vetro del lucernario, e questa è la solita gazza che da quest’estate cerca di entrare in casa, dopo esserci quasi riuscita una volta che lo ha trovato aperto.
Cerco di sottrarre la gamba destra ai 5 chili di peso della mia gatta, ma niente da fare: lei si adagia ancor più comodamente seguendo il mio spostamento. Ho ormai un principio di crampo, e all’improvviso sono inghiottita da un rewind che mi riporta nella stanza dove dormivo con i nonni in campagna, un bel pò di anni fa: la nonna Tina che senza alcun senso di colpa sveglia il nonno Berto “Bertu, gu i ranf in di gamb” e il nonno che farfuglia, in uno stato di sonno vigile “Tina, proeva à ciapà un ranfolitico”. Leggero odore di chiuso e di mele.
Di tanto in tanto, una vettura passa sulla strada provinciale dietro casa.
Le tre del mattino, ma è ancora notte, e mi rivedo alla stessa ora di una notte in una vita che ormai non mi appartiene più, vagare per le vie di Milano su una Panda rossa. Mi rivedo cercare inutilmente un parcheggio sotto casa, per rassegnarmi infine a lasciare l’auto a un isolato di distanza dall’appartamento in cui vivo sola a Milano. Periferia nord, case tutte uguali in piccoli cortili senza allegria. Il rumore dei miei tacchi risuona sull’asfalto del marciapiede, istintivamente cammino in punta di piedi. Avvicinandomi all’ingresso del cortile noto che c’è un furgone bianco parcheggiato proprio davanti; subito dopo – troppo tardi – vedo che un ragazzo se ne sta appoggiato al furgone, rivolto verso il portoncino di ingresso, e realizzo velocemente che per entrare sono costretta a passargli davanti. E’ un ragazzo giovane, lunghi capelli biondi, jeans e giubbotto nero, tiene un piede appoggiato al furgone e fuma, aria perbene. Ma non può essere. Non lì, a quell’ora. Un attimo di sospensione, di qualsiasi percezione o sensazione. Per raggiungere la scala E, chiusa a chiave, devo percorrere lo stretto cortile fino in fondo e girare l’angolo. Ho le chiavi in mano. Proseguo, in quel quartiere di periferia, a quell’ora, non potrei fare altro. Gli passo davanti sullo stretto marciapiede e quasi ci sfioriamo, oltrepasso il portoncino e scatto all’istante come un centrometrista, nonostante il tacco 12 e la gonna stretta. Lui mi segue. Scala A chiusa, scala B chiusa, scala C è aperta, mi fiondo sul pianerottolo e mi attacco al campanello della prima porta facendo un baccano infernale. Lui mi afferra per un braccio, non emette suono, mi fa male al braccio, percepisco il suo odore, fumo e sudore e qualcosa di metallico: ma io tiro calci a caso e grido sempre più forte. Una porta si apre al primo piano, qualcuno chiede “che cazzo succede?”, passi sulle scale. Il ragazzo molla la presa e scappa via. Portiera del furgone che sbatte, motore che si avvia, il furgone si allontana. “Tutto a posto, grazie, scusi tanto”. Raggiungo velocemente il mio appartamento e chiudo la porta blindata alle mie spalle, sono un po’ frastornata ma tutto sommato soddisfatta di aver gestito una situazione rischiosa. Era un’epoca in cui avevo grandi aspettative sorrette da un’autostima esagerata. Mentre mi lavo i denti, mi passano per la mente come un film una serie di cose che avrebbero potuto succedere se l’ingresso della scala C non fosse stato aperto (ho sempre avuto questa caratteristica di tradurre simultaneamente in immagini molti pensieri. Non è sempre un vantaggio), e all’improvviso la mia sicurezza svanisce per lasciare il posto al panico. Ricordo che aspettai la luce seduta su una sedia, in soggiorno: avevo paura degli incubi che sicuramente avrebbero popolato il mio sonno ed anche la mia più probabile insonnia.
Il ricordo è tanto nitido da mettermi ancora a disagio. Accendo la lampada sul comodino, la gatta emette un leggero sospiro, mio marito è una presenza rassicurante anche se dorme come un sasso.
Dovrei proprio decidermi a scrivere.

QUEL TARDO POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

l’errore che faceva era sempre il medesimo: pensare che le persone fossero migliori di quel che in realtà erano. Da tale fondamentale errore di valutazione scaturivano situazioni che, invariabilmente, generavano accessi di collera e concomitanti attacchi di colite.
Detestava sprecare tempo ed energie per difendersi dall’altrui meschinità, ma qualche volta era indispensabile, per non soccombere. Il retrogusto di giornate simili era inevitabilmente amaro, e il sistema più efficace ed economico che conosceva per chiudere fuori dalla porta di casa l’elettricità accumulata nello sforzo di risolvere diplomaticamente situazioni che avrebbe istintivamente e volentieri risolto a testate, era andare a correre.
Correre tra vigneti e campi di erba medica la riconciliava con il mondo, e la induceva a ricordare che, in fondo, se il prezzo da pagare per tutto ciò che aveva era quello, conveniva accettarlo senza fare tante storie.
Faceva sempre lo stesso giro, praticamente un anello intorno alla cima della collina dove abitava: era un percorso tranquillo e poco trafficato, dove il pericolo maggiore era rappresentato dal fondo stradale piuttosto sconnesso. Non aveva grandi velleità atletiche, benché fosse una fanatica della forma fisica che accettava con molta fatica l’inevitabile declino tipico della maturità e che lottava per continuare a dimostrare 10 anni di meno di quelli che aveva.
Su quel percorso le capitava spesso di incontrare un ragazzo che, invece, di velleità atletiche doveva averne parecchie, perché la superava spedito e fiero, guardandola con la coda dell’occhio, mentre lei si sforzava di darsi un contegno e di imprimere più energia alla sua corsa.
Era di una bellezza seccante, piccolo di statura, snello e con una muscolatura ben definita, capelli lunghi color miele legati a coda di cavallo, abbronzato con quella sfumatura che assumono i biondi molto abbronzati, e la sua fugace apparizione le ricordava inevitabilmente che lei ormai era entrata in quell’età in cui si è solo ex, e l’unico vantaggio sta nell’inventarsi di essere ex anche di ciò che non si è mai stati.
Ormai ne riconosceva la cadenza del passo, e quando quella sera sentì alle spalle l’inconfondibile ritmo leggero e veloce, istintivamente raddrizzò la schiena, regolò la respirazione e si sforzò di staccare il più possibile i piedi da terra. Sorpassandola, lui si girò leggermente ed alzò una mano in segno di saluto. Guardandolo che si allontanava, lei pensò che era la metafora della vita: la gioventù che si allontana rapidamente, e tu che arranchi nell’inutile tentativo di riprenderla. Scacciò velocemente quel pensiero per non immalinconirsi. Il sole stava calando dietro le colline, tingendo il cielo con una sfumatura rosata, che poteva essere una fine ma anche un inizio, dopotutto.
Affrontò con decisione la curva prima della salita che portava verso casa, chiedendosi se ce l’avrebbe fatta a mantenere un leggero passo di corsa fino alla fine senza rischiare l’infarto, e fu allora che vide la metafora ferma a bordo strada, a metà salita, con la gamba destra tesa in un tentativo di stretching estremo. Si avvicinò con il suo passettino da ex tutto, si fermò, valutò la sua espressione sofferente e chiese, cercando di controllare un impercettibile affanno: “posso aiutarti?” Lui alzò la testa e rispose “ma no, è solo un crampo, ora passa” – “ok,allora ciao” “ciao, ci si vede. E grazie”. Lei riprese a correre, pensò che pochi metri la separavano dal cancello di casa, e ce l’avrebbe fatta. Ce l’avrebbe fatta.

LA CADUTA DEGLI DEI

quale orribile equivoco si cela dietro la frase “l’uomo che ha sconfitto il cancro”.

Come se si trattasse di una battaglia che uno potrebbe vincere, mettendo in campo tutte le proprie risorse. Dal cancro si guarisce per karma o, se preferite, per fortuna.

Dunque, perché aspettarsi che un uomo sopravvissuto a tale malattia dovrebbe essere migliore di altri, o migliore di quanto fosse prima di ammalarsi? Il corollario di questa considerazione è che, in linea di massima, se uno stronzo si ammala o muore resta comunque il medesimo stronzo: solo, ammalato o morto.

Smettiamola con la facile retorica della malattia che cambia la tua scala di valori rendendoti automaticamente più saggio e più in empatia con il resto del mondo. Se io scoprissi di avere il cancro, sarei incazzata ed incattivita, ne sono certa. Penserei soltanto a ciò che non ho potuto e non potrò ormai fare, e a ciò che amo e che perderò a breve. Penserei che di me rimarrebbe alla fine solo un grumo di sofferenza e di paura, senza più dignità né aspirazioni, alla completa mercé di chi avrebbe il compito di assistermi. E forse rimpiangerei, tra le tante cose, anche di non avere uno straccio di un Dio da pregare.

Quindi, per favore, quando scrivete della triste  vicenda del doping di Lance Armstrong, non parlate di lui come dell’uomo che sconfisse il cancro: ma semmai, come dell’uomo che fu sconfitto  dalla presunzione, dall’avidità e, non ultimo, da un sistema tanto marcio che sarebbe il caso di azzerare il contatore e ripartire daccapo.

 

Terra di Mezzo

appartengo alla Terra di Mezzo: quella della generazione nata negli anni 50-60. i figli di coloro che trascorsero l’infanzia nei panni obbligati di Balilla e Giovani Italiane e la gioventù nella seconda guerra mondiale, chi nell’esercito regolare, chi sulle montagne con i partigiani. Con la ricostruzione e l’euforia del decennio successivo alla fine della guerra, arrivammo noi. Fummo educati al rispetto per l’autorità ma alla formazione dello spirito critico, al rispetto per gli anziani ed alla considerazione per la saggezza dell’esperienza, al risparmio e al sacrificio, e al passo mai più lungo della gamba. I nostri genitori fecero spesso sforzi al di là delle loro possibilità per consentirci un’istruzione che ci rendesse liberi dalle manipolazioni, o che, più prosaicamente, ci consentisse un impiego ben remunerato e qualche fatica in meno. Sull’onda del sessantottino maggio francese (onda lunga, in Italia abbiamo questa prerogativa di un ritardo standard di un lustro sulle spinte evolutive), ci affrancammo presto dal rigore e dai rigidi principi morali che furono il cardine della nostra educazione: la morale comune si stava avviando verso un’elasticità pressoché assoluta, dominata dall’antico principio di machiavelliana memoria che “il fine giustifica i mezzi”. Puntammo molto sulla carriera, molti di noi crebbero distrattamente dei figli ai quali non ebbero tempo né voglia di trasmettere principi e valori assimilati dai propri vecchi, né ebbero tempo e voglia di proporne di nuovi. Si preferì interpretare il comodo ruolo di amico anziché quello più faticoso ed impegnativo di genitore (il che non ci evitò affatto il puntuale scontro generazionale); si delegò molto all’esempio di una coscienza collettiva sbrindellata e proiettata verso il raggiungimento di un benessere economico certificato e verificabile attraverso l’esibizione di status symbols in continua evoluzione. Il passo proporzionato alla gamba fu sostituto da un sistema creditizio applicato su scala sempre più vasta.
Oggi siamo qui a chiederci, nella migliore delle ipotesi, dove abbiamo sbagliato; nella peggiore ci arrovelliamo per scovare sistemi per conservare uno stile di vita che si sta irrimediabilmente sgretolando. Sarebbe meglio se meditassimo sull’ultima occasione di riscatto che abbiamo: inventarsi, insieme ai nostri figli, qualcosa di nuovo per gestire la fine di un sistema nel modo meno doloroso e più equo possibile, ma soprattutto per inventarne uno nuovo.
Inutile e dannoso farsi prendere dalla nostalgia per i tempi passati: usciamo dalla Terra di Mezzo e proviamo a sognare un Paese nuovo, con confini cancellati, con regole semplici e meccanismi che sappiano farle rispettare, ma poi lottiamo per costruirlo. E ricordiamo che la democrazia ci consente di punire una classe dirigente inetta e attenta a difendere i propri privilegi NON VOTANDOLA. Smettiamola di avere paura del cambiamento: le specie che non hanno saputo adeguarsi ai cambiamenti si sono estinte.
Riflettiamo, dunque, ma velocemente: il canonico ritardo italiano di un lustro questa volta sarebbe fatale.

18 luglio

l’ometto anziano che se ne sta piantato da un pò davanti alla bacheca degli annunci mortuari vicino all’edicola, le mani dietro la schiena, ha l’aria concentrata e ansiosa di chi sta consultando un ordine di partenza.
Mio papà non è così, quando passa davanti a quella bacheca lancia uno sguardo fugace e accelera leggermente l’andatura, poi si infila deciso in edicola e ne esce poco dopo con Repubblica e l’Unità sotto il braccio. E con cadenza settimanale la Settimana Enigmistica, per tenere allenati cervello e memoria.
Mio papà ha preso atto del fatto che non ha più il passo fiero e veloce di una volta, ed ha accettato di rallentare. Dovendo rinunciare alla bicicletta da corsa, alla pesca solitaria sulle rive del Ticino e agli allenamenti di karate, legge moltissimo, coltiva tenacemente la passione per la politica, ascolta buona musica, guarda vecchie fotografie, dipinge. E ricorda. E mi racconta dei suoi ricordi e del suo tempo, con quel bell’eloquio fluente, ricco di aggettivi e di colori, di suoni e di odori.
Dice che ha avuto un buona vita, ha girato molto, ha visto luoghi e soprattutto incontrato gente, ha realizzato molti progetti e raggiunto mete che pensava fossero solo sogni. E’ consapevole che il suo tempo sta per scadere, che ogni giorno in salute – a parte i diversi cronici acciacchi con i quali ha imparato a convivere – è un regalo per il quale è grato. Ancora non ha risolto il problema della fede, ma sostanzialmene è pronto.
Sono io che non sono pronta alla sua assenza. Non lo sarò mai.
Buon compleanno, papà.

VILLA IRMA

Luglio 1969, sbarco degli americani sulla Luna, missione Apollo 11. Telecronaca italiana condotta da un comprensibilmente emozionato Tito Stagno.

Cercavo di seguire con attenzione l’evento perché sentivo che stavo vivendo un momento che sarebbe passato alla storia, ma ero distratta. Dalle finestre aperte sul giardino di Villa Irma entrava il profumo dei pini e lo stridio delle rondini nel cielo, e sapevo che il mare era lì vicino. Milano Marittima, Villa Irma aveva le persiane di legno dipinte di  rosso, con un cuore intagliato nel mezzo, forse per nostalgia dei proprietari per le valli svizzere dalle quali provenivano. Villa Irma stava alla colonia estiva come la Maserati biturbo stava alla seicento: piccoli gruppi suddivisi in base all’età venivano affidati ad una istitutrice o istitutore (di solito insegnanti), che vigilavano con discrezione e talvolta si rendevano complici di piccoli strappi alle regole.
Passavamo le giornate in spiaggia, bagni Marinella.
Al bar i ragazzi più grandi (sedicenni e diciassettenni)  passavano ore intere appollaiati sul juke box a darsi arie da grandi, cullata dalle note dei Bee Gees io li osservavo con invidia reverenziale e avrei voluto spingere il tempo in avanti per raggiungerli, ben sapendo che mi sarebbero comunque sfuggiti.
Ma l’autentica rottura con le consuetudini familiari di sempre era la passeggiata serale, con fermata obbligata alla sala giochi Il Dollaro, dove anch’io potevo fingere di essere grande, con l’anima che oscillava leggera sull’onda di Pata Pata e la signorina Maria che, paziente e comprensiva, stazionava con un libro in mano sulla panchina di fronte all’ingresso.  Scelta di compromesso ma strategica, perché se non altro da lì poteva controllare che nessuno dei rampolli ambosessi in piena tempesta ormonale a lei affidati potesse prendere la via della spiaggia, avvinghiato/a a qualche intraprendente esemplare della fauna  locale.
I racconti di quel soggiorno estivo, notevolmente e liberamente arricchiti con dettagli di pura fantasia, erano sufficienti a stemperare il peso di  un anno di quotidiane mortificazioni che solo la vita in un quartiere periferico di Milano negli anni 60 e 70,  con l’aggravante di una famiglia iperprotettiva, poteva scaraventarti addosso.
Qualche anno fa,  di ritorno da un viaggio in Umbria, seguii l’impulso irrefrenabile di passare da Milano Marittima, alla ricerca di Villa Irma e di un tempo perduto.
Ricordavo l’indirizzo, e nonostante le inevitabili modifiche alla viabilità trovai facilmente Villa Irma. Notai subito che la casa aveva perduto quell’aspetto familiare che rammentavo, erano scomparse le persiane rosse con il cuore intagliato, sostituite da più sobrie persiane ad anta piena marroni, e nel grande guardino, dove ricordavo alberi frondosi intorno a un tavolo da ping pong, ora c’era un campo da tennis in terra rossa. Sull’altro lato del giardino, al posto del roseto, dei dondoli e dei salottini in plastica bianca, una piscina degna di un resort.
Fui colta all’improvviso da una malinconia insopportabile, nel momento in cui percepii la siderale distanza che mi separava da quei momenti che ricordavo con tanta nitidezza da sentirne persino l’odore. Di quei giorni lontani rimpiangevo l’inconsapevole sicurezza di chi ha davanti a sé un sacco di tempo, allo stesso modo in cui ora ogni giornata era accompagnata dalla lucida considerazione che, indubbiamente, di tempo a disposizione non ce n’era più così tanto e alcune aspettative si erano ormai tramutate definitivamente  in illusioni disattese.
Distolsi lo sguardo dal passato e da Villa Irma , avvolsi intorno alle spalle il mio magone e dissi a mio marito “ok, adesso che l’ho vista possiamo dirigerci verso casa”.

UTOPIA

Ormai pare chiaro che corruzione, clientelismo e nepotismo hanno permeato tutto il sistema politico italiano, al punto da isolare e vanificare l’onestà e l’impegno di molti singoli politici che oggi si affannano ad invocare un cambiamento di direzione. Ho fatto una riflessione molto semplice: e se si facesse in modo che il mestiere di politico non fosse più così allettante? se addirittura si impedisse che l’impegno politico possa trasformarsi in carriera? In concreto, si potrebbe porre un limite temporale alla permanenza di qualsiasi soggetto in Parlamento (ancorché eletto piuttosto che nominato) ma anche nei vari Consigli Regionali e Provinciali. Chi decidesse di entrare in politica per occuparsi, per un determinato periodo di tempo, della res pubblica, sarebbe retribuito in funzione della posizione occupata (rapportandosi alle retribuzione percepite nella aziende private) e naturalmente rimborsato a piè di lista per viaggi, trasferte ed altre spese realmente connesse all’esercizio delle sue funzioni.  Si verserebbero i relativi contributi, funzionali al diritto alla pensione con le stesse regole applicate a tutti gli altri lavoratori. Finito. Forse, così sarebbe un’autentica passione ed uno spiccato senso dello Stato a spingere una persona ad occuparsi di politica applicata all’amministrazione dello Stato. Chissà, potrebbe anche essere la causa dell’estinzione dei voltagabbana.

Come dite? così nessuno avrebbe voglia di scendere in campo? troppo semplice e troppo brutale,  per essere realizzabile?

Forse questo ragionamento è ingenuo e superficiale, forse è davvero utopia.  O forse qualcuno avrà il coraggio e la determinazione per proporlo concretamente, almeno per alcuni aspetti fondamentali, e allora qualcosa potrebbe davvero cambiare.