A mio padre

 L’uomo è solo con la sua vecchia bicicletta e pedala a testa bassa, con determinata pervicacia.

E’ mattina presto di un giorno d’estate ed il cielo è terso, qualche nuvola di candida bambagia è rimasta impigliata alle cime dei monti che si stagliano all’orizzonte, dominando il paesaggio con la loro austera ed imponente bellezza.

Sono poche le vetture che salgono al passo a quest’ora, ma l’uomo non ci fa caso perché è solo con la sua fatica e con la sua serena cocciutaggine, un uomo solo al comando, macché comando, è la sorte capricciosa che comanda, ed infine lo ha capito.

Ancora un tornante, e poi avrà finalmente raggiunto la vetta, e allora abbassa ancora di più il capo, si chiude e serra le mascelle, mentre gocce di sudore cadono silenziose sul manubrio della vecchia bicicletta.

 

E invece dopo il tornante la salita prosegue e l’uomo solo con la sua bicicletta ha un attimo di scoramento,  le spalle  si curvano un poco di più schiacciate dal peso di quella lunga fatica. Ma poi si accorge del verde cupo del bosco e scorge le cime rosate dei monti, respira il pungente odore di resina e di terra umida, e riparte sospinto da una potente allegria, lo sguardo rischiarato dal riflesso di tanta primitiva bellezza.

Raggiunge infine la cima e ripensa alla strada che ha percorso, ed è quella la sua vittoria, e allora guarda oltre, e pensa che potrebbe andare avanti ancora, e ancora, fino a quando sarà capace di vedere la bellezza che lo circonda.

E’ un uomo apparentemente solo, con la sua vecchia bicicletta: porta con sé la sua vita, tutto ciò che ha saputo cogliere e comprendere, amare e proteggere, e che ora gli fa compagnia.

Dedicato a mio padre nel giorno del suo novantesimo compleanno, con immenso amore, con immensa gratitudine: per le sue severe critiche, per l’immancabile solidarietà, per le  lucide diatribe su qualsiasi cosa, per l’abitudine a spaccare il capello in quattro e a mettere in discussione qualsiasi cosa nello sforzo di scovare la verità, per lo sguardo sempre rivolto in avanti, senza mai dimenticare da dove si è partiti e cosa si è fatto strada facendo, giorno per giorno. Buon compleanno, papà.

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Il mio swing

Tra mio papà che era un ballerino di boogie acrobatico e mia mamma che era inchiodata al pavimento, tra mio papà che nuotava, si tuffava, giocava a basket, a tennis e a ping pong, correva in bicicletta, il tutto con discreti risultati, e si dava al karate diventando con gli anni Maestro con un numero impegnativo di dan, e mia mamma che è sempre stata resistente come un mulo a molte fatiche ma negata per qualsiasi sport,  io ho preso da mia mamma.

Dal papà ho però ereditato la veemenza verbale e un’energia frenetica che ho sempre dovuto scaricare con una qualunque attività purché fisicamente impegnativa, senza alcuna ambizione agonistica né tanto meno di pratica di disciplina di gruppo (anni fa in una palestra mi pregarono di non frequentare più il corso di aerobica coreografata perché confondevo le idee agli altri, e fu per me molto imbarazzante).

Piccolo particolare non irrilevante, sono affetta da una grave forma di miopia: ho incominciato a portare gli occhiali in prima elementare, poi sono passata alle lenti a contatto e la qualità della mia vita è decisamente migliorata, tuttavia nel buio delle discoteche negli anni ’80  mi capitò di prendere delle cantonate memorabili.

Fu nel ’93 che mi avvicinai ai cavalli per una serie di circostanze fortuite, avevo da poco lasciato Milano per la provincia di Novara ed era l’epoca in cui nella zona del Parco del Ticino, tra Piemonte e Lombardia, vi fu un’esplosione di maneggi che utilizzavano animali importati dal Sudamerica per le passeggiate. Cominciai così, senza alcuna nozione tecnica e con molta incoscienza, ma i cavalli erano un sogno che albergava nella mia anima fin dall’infanzia: via da Milano e dal grigiore asfittico di Quarto Oggiaro, le vacanze estive nella campagna novarese scorrevano tra frinir di cicale, amichetti di paese e pomeriggi a cavalcioni della ramificazione di un vecchio albero, immaginando che fosse il mio possente destriero.

Ho sempre raccattato animali abbandonati e malaticci, spinta dalla pietà e dalla responsabilità della quale mi sentivo investita una volta che li avevo incontrati. L’ho fatto molte volte anche con le persone, e ancora non mi spiego del tutto il motivo di questa solidale ed ostinata predilezione per i perdenti. Con gli equini non andò diversamente: il primo cavallo che acquistai era un argentino pezzato bellissimo, con gli occhi azzurri e una lunga criniera nera ondulata, e con un enfisema polmonare ad uno stadio avanzato. Ne ero consapevole, ma immaginando le tribolazioni che doveva aver patito volli regalargli un periodo di cure e di attenzioni amorevoli che naturalmente non poterono modificare la sua sorte, e un paio d’anni dopo dovetti rassegnarmi a farlo abbattere perché aveva crisi respiratorie dolorose e sempre più frequenti.

Ma ormai la passione per i cavalli si era solidamente radicata, e fu allora che Chisco comparve al mio orizzonte. Piccolo e muscoloso come i quarter che si usavano una volta, prima che si decidesse che avevano masse muscolari troppo sviluppate, il mantello color miele, coda e criniera nere e una piccola macchia bianca sulla fronte, focature nere sulle zampe e le balzane candide ai posteriori, e l’aria da cartone animato. Per me fu amore a prima vista, per lui non saprei. Il giorno dopo che ero andata a vederlo lo comprai, e gli promisi che sarebbe stato per sempre.

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Aveva solo tre anni ed era appena domato,  lo portai nel centro di addestramento e scuola  western dove avevo incominciato a prendere lezioni. La passione e la caparbietà si sostituirono alle doti innate che non possedevo,  e riuscii finalmente in una disciplina sportiva, ottenendo persino qualche discreto risultato in gara.

Mio marito, che ha sempre giudicato i cavalli affascinanti ma troppo grossi e potenzialmente pericolosi non ha mai interferito con tutto ciò, comprendendo perfettamente nonostante la sua scarsissima confidenza con gli animali in genere: la sua pazienza e la sua immancabile solidarietà valgono per me più di qualsiasi dichiarazione d’amore.

Ho sempre avuto il passo leggermente titubante dei miopi e talvolta mi muovo in maniera disarticolata, a piccoli scatti bruschi: ma ecco che salendo in sella trovo l’armonia e la fluidità dei gesti, e la fierezza dello sguardo che punta lontano e chi se ne frega se non ci arriva. Seguo la cadenza di un corpo che non è il mio ma ne diventa una sorta di prolungamento, che mi consente di fare cose che mai potrei fare da sola. Ed è musica, è un ritmo dolce e adrenalinico al contempo: in sella ho trovato il mio swing.

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Io  e Chisco siamo cresciuti insieme, l’ho portato con me nel nostro ultimo trasloco, quello definitivo (ammesso che ci possa essere qualcosa di veramente definitivo, a parte la morte), e la prima volta che ha visto questo paesaggio collinare aperto e morbido si è guardato attorno a lungo, con un’espressione assorta nei miti  occhi color nocciola ,  e pareva soddisfatto.

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Negli ultimi anni ho avuto molto tempo da dedicargli e l’ho fatto con avidità, nella consapevolezza che stavamo entrambi invecchiando, lui più velocemente di me. Malgrado ciò, non ero pronta.

A 23 anni (una bella età, d’accordo, ma sano e robusto com’era ci aspettavamo tutti che campasse molto di più, magari un po’ acciaccato) se lo è portato via un’infezione renale, dapprima silente ed infine letale. Sono ancora qui che mi chiedo se avrei potuto salvarlo, se non avessi ascritto la sua stanchezza delle ultime settimane alla vecchiaia, mentre invece era la malattia, ma è un atteggiamento irrazionale ed autolesionista. E inutile.

Il 28 di aprile era una giornata fresca e serena. Chisco da tre giorni non mangiava praticamente nulla e non reagiva alle cure. Non aveva nemmeno più la forza di chiamarmi, come era solito fare quando sentiva arrivare la mia macchina in maneggio (sì, la riconosceva).

Ciononostante, ha voluto uscire dal box. Siamo andati nei prati tra i paddock, si è guardato attorno, ha nitrito più volte guardando gli altri cavalli. Si è grattato la testa contro le mie gambe, come amava fare, mi ha pizzicato dolcemente la mano con le labbra, cercava  il contatto fisico al quale lo avevo abituato.

E’ andato in arresto cardiaco all’ombra del grande ciliegio, e non dimenticherò mai la paura che ho visto nei suoi occhi nel momento in cui è crollato. Dopo qualche secondo era tutto finito.

Ho sempre saputo che senza di lui niente sarebbe mai stato più come prima, ed è così. Ho reagito con apparente compostezza, ma qualcosa nel profondo ha ceduto, so che è terminata una parte spensierata della mia vita, è finita l’illusione infantile di essere al riparo. La sua assenza è irrimediabile, e non voglio un altro cavallo: è stato un amore perfetto durato vent’anni, nessun cavallo potrebbe reggere il confronto.

Tuttavia,  la passione per i cavalli persiste: è come il canto delle sirene di Ulisse, ma non porta perdizione bensì conforto. E allora sono risalita in sella e ho scoperto di saper ascoltare la musica di altri cavalli cogliendone le differenze, e ritrovando ogni volta il mio swing: ed è questo il dono più prezioso di Chisco, che conserverò gelosamente insieme al suo ricordo. Per sempre.

Un giorno ripenserò a tutto questo guardando dalla finestra un mondo che forse sarà divenuto estraneo: chiuderò gli occhi e sarà dolce ritrovare ancora una volta il mio swing.

Fuga all’inglese

La sostanza del viaggio è tutto quel che accade tra il punto di partenza e quello di arrivo: i paesaggi, gli odori e i suoni, i colori, gli incontri. Tutto ciò deve lasciare traccia, e noi dobbiamo raggiungere la destinazione diversi da quando eravamo partiti: o non ci saremo spostati di un millimetro.

Ho viaggiato per curiosità, per diletto, per necessità legate alla professione, per amore. Ho così scoperto di non avere radici, ma piuttosto un animo nomade, disposto a fermarsi, magari anche per un lungo periodo, in qualsiasi posto dove potesse stare bene. L’itinerario più impegnativo che si possa intraprendere è una metafora, che in fondo si lega e interagisce con tutti gli altri spostamenti reali, ed è quello che ci porta alla ricerca della persona che vogliamo essere, e dove è fondamentale la capacità di assorbire criticamente le esperienze. E’ un viaggio dal quale non si torna, e per ritrovarsi è necessario proseguire. Ricordo più o meno esattamente da dove sono partita, non so quando né dove arriverò: ” La fuga nella vita, chi lo sa che non sia proprio lei la quinta essenza- sì, ma di noi si può fare senza” canta Paolo Conte con rauca rassegnazione in “Fuga all’inglese”. Questo metaforico percorso è solo in parte fuga: dal dolore, da ciò che ci vorrebbe recludere in un ruolo che non ci appartiene. Ma è una fuga verso la conoscenza, verso la consapevolezza. Forse occorre attraversare la vita indossando con disinvoltura un perenne senso di precarietà senza lasciarsene sopraffare, con l’animo leggero di chi si aspetta sempre che domani o dopodomani possa succedere qualcosa che cambierà il corso degli eventi, e con l’incrollabile intimo convincimento di avere ancora qualche carta da giocare, fino all’ultimo. E illudersi di essere forti e di poter sopravvivere a qualsiasi perdita aiuta ad esserlo davvero, quando occorre. Bisogna imparare a non essere distratti, a stare sempre sul pezzo, a farsi guidare dalla sotterranea consapevolezza che domani rimpiangeremo quel quotidiano che oggi diamo per scontato e che talvolta persino ci annoia. Occorre guardar fuori dalla finestra e vedere quello che c’è fuori: anche quando una nebbia vischiosa ed insistente pare avere inghiottito luce e colori.

PIAZZA FONTANA

Coltivo il ricordo di diversi eventi nella mia vita dopo i quali e per effetto dei quali niente fu mai più come prima. Quasi tutti personali, ma qualcuno anche pubblico.
Milano, 12 dicembre 1969. Periodo economicamente non facile per la mia famiglia, ci eravamo trasferiti dalla zona di San Siro in un brutto quartiere della periferia nord, dove l’Istituto Autonomo Case Popolari ci aveva assegnato un appartamento. Read More

L’INCONTRO

Aveva pianto molto. Si era anche arrabbiata molto, poi aveva provato a razionalizzare cercando i perché e i percome più sotterranei, ed infine si era assunta delle responsabilità che probabilmente non aveva.
Non tutte, comunque.

Si era allontanata dalla cerchia di amicizie condivise, aveva cambiato l’arredamento dell’appartamento lasciatole dei genitori, nel quale era tornata a vivere dopo la separazione, aveva cambiato lavoro e taglio di capelli (come qualsiasi femmina in crisi), aveva bruciato foto e lettere  e si era anche comprata una Mini amaranto che le piaceva da tempo.

Aveva molto riflettuto sul principio affermato da Nietzsche (filosofo che peraltro non aveva mai amato) che “tutto ciò che non mi uccide mi rende più forte” ed aveva concluso che era vero, ma per quel che la riguardava la sua solidità era legata ad una sorta di avarizia sentimentale per effetto della quale non si era mai più data totalmente. Non è che se lo fosse imposto, era successo e basta.

Inevitabilmente, e più spesso tra una storia e l’altra, qualche volta si era chiesta che fine avesse fatto Nando, se si fosse fermato accanto alla donna per la quale l’aveva lasciata. Ma non aveva mai fatto nulla per trovare risposta a queste domande, aveva cercato a poco a poco di allontanarsi dall’immagine di lui  e dal pericoloso potere evocativo del crogiolarsi nei ricordi. Pativa spesso la mancanza di quel senso di completezza e di costante calore, irrimediabilmente perduti da quando lui se ne era andato.

Lo rivide un sabato sera d’inverno in Brera, al Bar Jamaica, dove si era recata per chiudere la serata con alcuni amici  con i quali si era incontrata al Rose’s Club, locale prediletto dai trentenni rampanti, che si trovava proprio dietro al Gin Rosa, in piazza San Babila.

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Il Jamaica era pieno di gente e di fumo (non era ancora scattato il divieto di fumare nei luoghi pubblici), i vetri appannati dall’alito di molte conversazioni. Si erano appena seduti, dopo un’attesa di mezz’ora perché si liberasse un tavolo, quando lo scorse al banco del bar.

Come quando lo incontrò la prima volta, primavera di molti anni prima.

Mi starò sbagliando, non ci vedo una mazza, non può essere Nando, pensò. Strizzò gli occhi e lui girò il volto verso di lei, come rispondendo ad un richiamo. Non si era sbagliata, era lui: leggermente ingrassato – accettabilmente ingrassato – sempre con i baffi, jeans e dolcevita nero sotto un cappotto grigio. Notò che si stava allontanando dal banco del bar per muoversi deciso verso di lei, con quell’incedere elastico ed elegante che ricordava tanto bene.

Lei mormorò un frettoloso “scusate, torno subito” agli amici e scattò in piedi con un unico movimento rigido, come se fosse dotata di molle di cui avesse perso il controllo.

Si trovarono presto l’uno di fronte all’altra, lei respirò il suo odore, lui disse “sei proprio tu”, lei ” e già”.  “Dopo tutti questi anni”. A lei venne di nuovo in mente “e già”, avendo momentaneamente -sperava- smarrito il  ricco vocabolario di cui solitamente disponeva. “Sei solo”. “Sì”.

Piantati in mezzo al locale costringevano i camerieri a deviare il loro già difficile percorso. Lui disse “se andassimo via da qui?”. Lei avrebbe dovuto rispondere “ehi ciccio, è lo stesso film di dieci anni fa, l’ho già visto e so come va a finire” o più elegantemente “sorry, io non sono sola, sono qui con degli amici”. Invece disse “va bene, aspettami fuori”.

Dirigendosi verso il tavolo che avevano occupato, lei si accorse del battito furioso del  cuore e della mollezza delle  gambe. “Ragazzi, io devo andare. Ci si vede” Erano amici per modo di dire, in realtà più provvisori compagni di strada, e nessuno fece domande.

A quel punto avrebbe dovuto chiedersi cosa si aspettava da quell’incontro, e invece uscì quasi di corsa, temendo di non trovarlo più. Ma lui era davanti alla porta, con il bavero del cappotto rialzato, e nuvolette di vapore freddo uscirono dalla sua bocca quando disse “io sono a piedi, abito qui vicino”.  “Io ho la macchina in via Fiori Oscuri”.

Lui la seguì, camminava al suo fianco tenendo il medesimo passo e di tanto in tanto la osservava con un’ombra di sorriso sotto i baffi.

“Sei cambiata. Tutti questi capelli ti danno un’aria molto fiera. Un pò…aggressiva” .   “Li ho lasciati crescere e ho smesso di stirarli, sì. Non so se ho un’aria aggressiva. Non so nemmeno se sono fiera di qualcosa. Questa è la mia macchina”.

Lui salì senza esitazioni. Lei  mise in moto e lo guardò: “Cosa vuoi fare?” Lo stava chiedendo a se stessa, e non capiva la risposta, troppa confusione, pensieri ed emozioni irrimediabilmente aggrovigliati.

“Vorrei parlare un pò con te, via dalla gente, via dai rumori. Ho tempo fino a domani”. Lei non disse nulla. Si immise su via Fiori Oscuri e proseguì per via Dei Giardini. Via Montebello, via Turati, largo Donegani.  Erano ormai le due e non erano ancora tempi di movida, il traffico era scarso e in dieci minuti giunsero in via Casati, dove lei abitava. Lui continuava a guardarla in silenzio, “Abiti sempre qui”. “Sì. I miei si sono trasferiti ad Arona, mamma è in pensione e papà presta ancora qualche consulenza a Milano, si ferma qui da me quando gli occorre, ma ormai si sono stabiliti sul lago”. Il cancello automatico si aprì con la consueta lentezza, lei parcheggiò l’auto nel garage sotterraneo e si diressero verso l’ascensore.

Entrati in casa, lei accese subito tutte le luci – come se avesse paura del buio, ma di quale buio? – mentre lui, le mani nelle tasche del cappotto, si guardava attorno incuriosito. “Hai cambiato tutto, niente è come lo ricordavo”. “Era la casa dei miei genitori, ho voluto che diventasse casa mia. E tutto cambia, infine, e non è mai come te lo ricordavi. Se hai tempo fino a domani, ti conviene togliere il cappotto”.

Lui non pareva turbato da quel suo interloquire brusco, e si accomodò sul divano mentre lei prendeva due bicchieri e li riempiva di Porto. Antica abitudine mai dismessa.  Si sedette ad una ragionevole distanza da lui e trovò il coraggio di osservarlo bene: dieci anni avevano lasciato qualche segno intorno agli occhi e alla bocca, ma tutto nel suo aspetto le era familiare come se lo avesse salutato la sera prima. Per esempio, quelle  mani gentili dalle dita affusolate, e quel modo composto di sedersi un pò di lato, con le gambe accavallate.

“Vivi da sola. Lavori sempre a Cinisello?”

“Vivo da sola, come vedi. Non lavoro più là; sono tornata all’Università ma ho abbandonato Lettere e mi sono laureata in Filosofia: inutile per inutile, ho scelto una facoltà che mi interessava di più. Ora lavoro all’ufficio marketing di un’azienda farmaceutica, impegnativo ma divertente, e la laurea in filosofia non mi serve a un cazzo,come previsto, ma sono contenta di aver fatto quegli studi”.

Silenzio. Secondo bicchiere di Porto. Lui aveva lo sguardo assorto e malinconico, e a lei scappò un “e tu?” sussurrato, che sottintendeva  “vivi ancora con Lorenza? hai trovato infine ciò che cercavi? ma soprattutto: cosa non ha funzionato tra noi?”  In qualche modo, lui percepì tutte quante le domande.

“Abito sempre con Lorenza e anch’io ho lasciato il mio vecchio impiego. Sai, volevo il denaro, la vita facile, Lorenza me li offrì entrambi. Tu per stare con me avevi sfidato la tua famiglia, avevi rinunciato ad una vita comoda, agli studi, non volevo questa responsabilità. Ma ho rimpianto questa scelta tutti i giorni”. E le raccontò di un primo anno vissuto  girando l’America in lungo e in largo  (giusto mentre io colavo a picco affogando tra innumerevoli perché e cercavo faticosamente di raccogliere i cocci, pensò lei), e dell’incidente che Lorenza ebbe a Miami, guidando una sera che era un pò su di giri. Galera evitata grazie a conoscenze ed abili avvocati, ma nessun medico, né in America né in Italia, riuscì ad evitarle la sedia a rotelle sulla quale finì a causa di una complessa ed irrimediabile frattura del bacino. Le raccontò dei mesi trascorsi girando vanamente per cliniche varie, mentre la figlia ventenne di Lorenza scappava di casa insieme ad un tossicodipendente di cui rimase incinta.

Lei ascoltava con una sensazione di lieve straniamento (il Porto?), e non poteva fare a meno di sentirsi a disagio per gli accidenti che gli aveva tirato nel corso degli anni – non così pesanti, comunque.

“Ora la figlia di Lorenza vive in comunità a San Patrignano, dove si è fermata dopo la disintossicazione, mentre sua madre ha venduto la casa di Montecarlo per investire nella galleria d’arte che possedeva quando ci siamo conosciuti, e della quale mi ha affidato la direzione. In pratica, mi paga un lauto stipendio per assicurarsi che torni a casa, ben sapendo di non poter contare sulla mia fedeltà. Ha bisogno di me, ed ora sono in trappola”.

” Bé, non c’è gabbia più robusta di quella che uno si costruisce attorno con le proprie mani. E poi dai, ti sei venduto come un cagnolino da esposizione, non potevi pensare che non ci fosse un prezzo da pagare, no?” Aveva parlato con tono tagliente, e lui si era ritratto con un’espressione ferita. “Non mi concedi nessuna attenuante?”

“Vedi, mentre tu ti godevi l’America dopo avermi  mollata in quel miserabile monolocale dove vivevamo, del quale comunque non potevo permettermi l’affitto con il lavoro part time che avevo, io ho girato per Milano per alcuni mesi, ospite temporanea di qualche amica compassionevole o più disperata di me, apprendendo e perfezionando l’arte della profanazione di me stessa. Fino a provarne disgusto. Allora sono tornata con la coda tra le gambe dai miei e ho cercato di ricucire un rapporto che avevo lacerato. Per stare con te. Che a trentatré anni e dopo tre di convivenza, mi hai lasciata per una quarantacinquenne imbottita di soldi, che ti ha comprato pagandoti un tanto al chilo. Io avevo ventitré anni. Perché è questa la nostra storia, Nando. Ho pagato tutto anch’io, forse non ho ancora smesso. Credi davvero che potrei concederti delle attenuanti?”

Si erano alzati entrambi, e stavano l’uno di fronte all’altra, lei gli aveva sibilato in faccia le ultime frasi con cattiveria ma anche con un senso di liberazione – ecco, quante notti ho sognato di potergli sputare addosso tutto questo rancore?

Lui la guardava, il respiro leggermente affannoso, le afferrò le mani e  disse “Era amore, con te, l’ho rinnegato, ma era amore! Non c’è stato giorno che non mi sia maledetto per quello a cui avevo rinunciato…”

Lei pensò solo “sleale. dovevo aspettarmelo” poi capì che anche stavolta doveva andare fino in fondo.

Trattenne le sue mani e lo attirò verso di sé.

Si cercarono con rabbia, con l’intento di ferire e di ferirsi, ritrovarono loro malgrado gesti e parole, musica e calore, si aggrapparono al ricordo  e si lasciarono andare.

Doveva essersi appisolata, la riscosse il rumore di Milano che si svegliava in una domenica mattina d’inverno. Un debole chiarore grigiastro filtrava dalle tapparelle della camera da letto.

Lui  era accanto a lei, e la guardava, appoggiandosi ad un gomito.

“Non ti rivedrò più, è vero?”    “Non mi rivedrai più”.  La guardò a lungo, la baciò sulla fronte, le girò le spalle e cominciò a rivestirsi.  Lei guardò la sua schiena e i capelli castani e ondulati che scendevano morbidamente sul collo, e provò un leggero dispiacere. Lui uscì di casa senza più dire nulla.

Lei non riusciva a capire come si sentiva. Dopo un poco si alzò, si infilò una tuta ed un piumino ed uscì di casa. Aveva bisogno di aria fresca e di camminare. Pensò che non aveva mai rinnegato quell’amore, ma era arrivato il momento di conservarne solo il ricordo, rompendo il legame emotivo provocato dal rimpianto: inutile rimpiangere ciò che non esiste più.

All’improvviso si sentì sola,  senza più quel costante, inconsapevole dolore che le aveva tenuto compagnia durante tutti quegli anni e capì che era davvero finita. Era libera. Avrebbe finalmente smesso di girare attorno a un un grumo di sofferenza, e sarebbe andata avanti: verso altre storie, altri posti, sicuramente altre delusioni. Avrebbe affrontato tutto, era pronta.

Pensò che più tardi avrebbe cambiato le lenzuola e spalancato le finestre di casa, poiché aveva bisogno di rituali da compiere, poi avrebbe fatto una doccia. Ma più tardi: voleva conservare ancora per un pò l’odore sulla pelle.

 

 

LA TEMPESTA (DIDASCALIA PER UN’AMICA)

Camminava di buon passo immersa nei suoi pensieri, cercando in realtà di liberarsene per assaporare in pace un momento di solitudine, quando si accorse all’improvviso che la luce era cambiata e la sua ombra a terra era scomparsa.
Alzò lo sguardo e constatò che il cielo era ancora azzurro, poi si voltò e la vide: una cosa enorme, nero bluastra, avanzava minacciosa alle sue spalle. Pensò subito che l’avrebbe inghiottita, e di lei non si sarebbe saputo più nulla.

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Si diede subito della sciocca per quel pensiero ridicolo, ma l’istinto di fuga era davvero forte. Aveva camminato per un’ora buona, quindi ci avrebbe messo altrettanto per tornare verso casa; puntò decisa per la via più breve, verso il boschetto di noci.
Si tolse gli inutili occhiali da sole mentre un cupo brontolio rotolava crepitando in stereofonia. Si girò in tempo per scorgere un lampo che squarciò la nube per un istante, seguito da uno scricchiolio preoccupante e poi da un tuono che le scosse lo stomaco.
Poi, all’improvviso, uno scroscio d’acqua le si rovesciò addosso. Notò che la nube aveva assunto la forma classica della tromba d’aria, ed ebbe paura.
Si rammentò della sua bisnonna materna che era morta colpita da un fulmine perché si era rifugiata sotto un grande olmo, quando fu sorpresa da un temporale mentre lavorava in campagna, e realizzò che sarebbe stato imprudente infilarsi tra gli alberi con un tempo del genere; doveva quindi cambiare percorso, ovvero tornare sui suoi passi e camminare in direzione di quella cosa mostruosa.
La pioggia le frustava le gambe nude, era ormai fradicia, scarpe comprese, calzoncini e maglietta le si erano appiccicati addosso; nel frattempo si era anche alzato un vento impetuoso e pluridirezionale che sembrava volesse bloccarla in quel posto e in quel momento.
Paura.
Si raggomitolò abbracciandosi le ginocchia, in mezzo alla strada, tanto di lì non passava mai nessuno (ecco, non passava mai nessuno), e ad un tratto le tornò alla mente uno dei tanti mantra materni: “quando sei in difficoltà chiediti sempre “quale è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi?” e preparati ad affrontarla, come puoi”.
Bene, quale era la cosa peggiore che avrebbe potuto capitarle in quel momento? Non c’erano corsi d’acqua nelle vicinanze, quindi il rischio esondazione era scongiurato. Non c’erano nemmeno case che potessero crollare, e gli alberi avrebbe potuto evitarli. Nel frattempo, in un frastuono di tuoni e con uno pirotecnico spettacolo di lampi la cosa nera si era allargata divenendo ancora più cupa, ma se non altro non sembrava più portare nel suo cuore malevolo una tromba d’aria.
Restava la grandine. Una volta erano caduti chicchi di grandine grandi come palline da tennis, uno di quelli in testa l’avrebbe tramortita. Si accorse che sulla strada, in prossimità di una vigna, qualche maleducato aveva abbandonato una cassetta di legno. Si alzò, la prese, la brandì con entrambe le mani e la tenne sopra la testa: l’avrebbe riparata dalla grandine, che puntualmente arrivò.
Paura.
Riprese il cammino a passo sostenuto, guardò la cosa nera e gridò “che altro vuoi da me? Di cosa mi stai punendo, dove ho sbagliato?”.
Una luce accecante, un rumore come di legni rotti, il cuore nelle orecchie: un fulmine si era scaricato da qualche parte. Si chiese se fosse poi una buona idea tenersi una cassetta di legno sopra la testa, e decise che forse no, così la restituì alla vigna.
Nel frattempo, aveva smesso di grandinare, anche se la pioggia continuava a cadere furiosa.
Paura.

Uscì un attimo da sé stessa e si vide camminare in mezzo a una strada tra le vigne, con i capelli incollati alla fronte e al collo e la pelle d’oca alta un centimetro sulle gambe, le braccia rigide e i pugni chiusi, a gridare la sua frustrazione a una nube nera che osservava impassibile la sua paura di non farcela.
Abbassò la testa e continuò a camminare, ma gridò un’ultima cosa al cielo: “sai che ti dico? Ce la farò a tornare a casa, questa volta e tante altre volte ancora”.
Non pensò più alla pioggia, al vento, alla nube, né badò più al rumoreggiare dei tuoni. Pensò solo a camminare verso casa, a testa bassa, con determinazione.
E quando alzò di nuovo lo sguardo, inaspettatamente colpita da un raggio di sole, si accorse che aveva quasi raggiunto casa, e un arcobaleno attraversava il cielo che stava ritornando sereno.

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Scosse la testa spargendo gocce d’acqua tutto attorno, lisciò con le mani calzoncini e maglietta, batté i piedi (sentì le scarpe fare “sguisc sguisc”), si rimise gli occhiali da sole.
E pensò che forse davvero alla base dell’arcobaleno c’è una pentola piena di monete d’oro.
Dopotutto, qualche volta saper leggere le favole aiuta.

PER AMORE,SOLO PER AMORE

Milano, zona Parco Sempione.Fu con la spavalderia dei suoi 19 anni che varcò la soglia dell’Old Fashion quel sabato sera, capello naturalmente riccio (se lasciato libero di esprimersi) stirato a piombo giusto per lo spazio di una notte, minigonna, stivale alto e occhi bistrati di khol. Usava così.
Lei non era propriamente bella, ma quando entrava in una stanza provocava uno spostamento d’aria che dirottava l’attenzione sulla sua presenza, e ne era consapevole.
Lo vide in un angolo del bar, mentre la voce di Donna Summer sussurrava “I feel love”: alto, elegante, bella faccia scolpita in qualche pietra levantina, fisico atletico. Puntò lo sguardo su di lui, sfacciatamente, e attese.
Non dovette attendere molto.
Percepì il suo odore un metro prima che lui le fosse di fronte, e azzerò qualsiasi programma. Lui disse ” Ma che ci facciamo qui?” Voce calda, leggermente nasale, lieve accento meridionale. Lei rispose “forse stiamo perdendo tempo” e si avvicinò di un altro passo. Lui le circondò le spalle con un braccio – ma non era ancora un abbraccio, piuttosto un invito – e disse “ho la macchina qui fuori”.
Milano in una notte di primavera, su una vecchia Lancia con il cambio al volante. Sono Fernando, arrivo dalla provincia di Foggia e lavoro in SIP. Io invece sono milanese, frequento la Statale, lettere moderne. I soliti discorsi banali, che permettevano all’energia chimica di quell’incontro di fluire ed alimentarsi indisturbata.
Traversa di viale Monza, casa di ringhiera, scale di pietra leggermente maleodoranti. La porta di casa scricchiolò appena quando lui la aprì. Fino a quel momento avevano camminato vicini, sfiorandosi di tanto in tanto – ma quasi involontariamente. Lui chiuse la porta.
Poi, niente fu mai più come prima, per lei.
Lei, unica figlia adorata di una famiglia piccolo borghese, lasciò casa e studi per seguire l’animo irrequieto di lui, ma lui le sfuggì di mano, con la stessa leggerezza con la quale le si era donato.
Lei cercò e raccolse i brandelli della sua vita, abbassò la testa e riprese il cammino.
Continuò a creare quel lieve ma deciso spostamento d’aria ogni volta che entrava in una stanza, e se ne servì scientemente.
Ma non fece mai più quell’ultimo passo che azzera tutti i programmi, ben sapendo che quel tipo di amore e quel tipo di sofferenza possono essere sopportati solo una volta nella vita.
Tuttavia, si ritenne sempre molto fortunata: nessuno avrebbe mai potuto cancellare tutto ciò che era stato, e tanto le bastava.WP_20150103_16_47_05_Pro